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Istituzione dei codici tributo per il versamento delle somme recuperate a seguito del controllo sostanziale sulle agevolazioni di cui al Decreto Rilancio

Il decreto legge Rilancio, all’articolo 24, prevede l’esonero dal versamento del saldo Irap relativa al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2019, fermo restando il versamento dell’acconto dovuto per il medesimo periodo d’imposta. Previsto l’esonero dal versamento della prima rata dell’acconto dell’Irap relativa al primo periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019.

Per consentire il versamento, tramite il modello di versamento ‘F24 Versamenti con elementi identificativi’ (F24 ELIDE), delle somme dovute a seguito delle attività di recupero del beneficio indebitamente usufruito, unitamente agli interessi e alle sanzioni previste per le ipotesi di omesso versamento, l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 52/E del 18 settembre 2023, ha istituito i codici tributo dal ‘5063’ al ‘5066’.


(Vedi risoluzione n. 52 del 2023)

EPPI - riattivazione causale contributo per il versamento dei contributi di spettanza dell’Ente
A seguito della richiesta formulata dall’Ente di Previdenza dei Periti Industriali e dei Periti Industriali Laureati (‘EPPI’), l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 53/E del 22 settembre 2023, ha disposto la riattivazione della causale contributo ‘E068’ denominata ‘EPPI - Saldo contributivo - art. 8, comma 1, del Regolamento di previdenza’. La presente causale contributo va utilizzata per il versamento, tramite modello F24, dei contributi di spettanza dell’Ente.
(Vedi risoluzione n. 53 del 2023)

Modello F24 (sezione Inps) - Soppressione delle causali contributo ‘PCAS’ e ‘PSCO’
Come richiesto dall’Inps, l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 54/E del 22 settembre 2023 ha disposto la soppressione delle seguenti causali contributo: ‘PCAS’ denominata ‘Versamenti al fondo pensioni casalinghe’ e ‘PSCO’ denominata ‘Versamenti al fondo pensioni casalinghe - aziende convenzionate’.
(Vedi risoluzione n. 54 del 2023)

Modifiche apportate alla disciplina della cessione del credito e dello sconto in fattura e altre misure in tema di bonus edilizi

Il decreto legge Cessioni (Dl n. 11/2023) che ha introdotto modifiche al decreto Rilancio ha modificato la disciplina in merito allo sconto in fattura e alla cessione dei crediti d’imposta relativi al Superbonus e agli altri interventi finalizzati al recupero del patrimonio edilizio, all’efficientamento energetico, ai lavori di consolidamento sismico, al recupero delle facciate, all’installazione di impianti fotovoltaici e alla eliminazione di barriere architettoniche.

L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 27/E del 7 settembre 2023, ha fornito chiarimenti sulle novità introdotte dal decreto in parola.

La normativa - Le modifiche del Decreto Cessioni al Decreto Rilancio

Per gli interventi ammessi al Superbonus e per gli altri sopra elencati il Decreto Cessioni ha modificato la disciplina riguardante la cessione dei crediti d’imposta e lo sconto in fattura relativi alle spese sostenute. L’introduzione di misure limitative è stata giustificata da ragioni di tutela della finanza pubblica.

A partire dal 17 febbraio 2023, per il titolare della detrazione d’imposta il decreto Cessioni stabilisce un generale divieto di esercizio dell’opzione per lo sconto in fattura o per la cessione del credito d’imposta. Dunque, salvo deroghe tassative, i beneficiari del Superbonus e dei bonus diversi dal Superbonus potranno fruire esclusivamente della detrazione in diminuzione delle imposte dovute, in sede di dichiarazione dei redditi, mediante una ripartizione su più anni d’imposta.

Il decreto in parola, all’articolo 2 comma 4, abroga le norme che prevedevano la possibilità di esercitare il diritto di opzione, in luogo della detrazione, per la cessione dei crediti d’imposta e per lo sconto in fattura limitatamente a: spese per interventi di riqualificazione energetica e interventi di ristrutturazione per le parti comuni di edifici condominiali, con lavori di importo pari o superiore a 200 mila euro; spese per interventi di riduzione del rischio sismico realizzati sulle parti comuni di edifici condominiali o realizzati nei comuni ricadenti nelle zone sismiche 1, 2 e 3, mediante demolizione e ricostruzione ad opera di imprese di costruzione che provvedono anche alla vendita.

Con l’entrata in vigore del Decreto Cessioni gli interventi che rientravano nella previsione delle norme abrogate possono fruire dello sconto in fattura o della cessione del credito d’imposta solo ove siano compresi nell’elenco di cui al comma 2 dell’art. 121 e sempre che ricorrano le condizioni di deroga previste dal decreto in esame.

Deroghe al divieto di esercizio dell’opzione

Le spese sostenute per gli interventi finalizzati alla rimozione delle barriere architettoniche possono ancora avvalersi dello sconto in fattura e della cessione dei crediti. Il divieto previsto dall’articolo 2, comma 1, incontra dunque una prima deroga per le spese documentate sostenute dal 1°gennaio 2022 per l’abbattimento delle barriere architettoniche.

La cessione del credito e lo sconto in fattura continuano ad essere esercitabili per gli interventi agevolabili ammessi al Superbonus per i quali, alla data del 16 febbraio 2023, risulti:

  1. presentata la comunicazione di inizio lavori asseverata (CILA) nei casi di interventi diversi da quelli effettuati dai condomìni;
  2. adottata la delibera assembleare che ha approvato l’esecuzione dei lavori e risulti presentata la CILA, nei casi d’interventi effettuati dai condomìni;
  3. presentata l’istanza per l’acquisizione del titolo abilitativo per gli interventi comportanti la demolizione e la ricostruzione degli edifici.
Con riferimento alla CILA, per esercitare l’opzione è necessario che essa sia stata presentata entro il 16 febbraio 2023, a prescindere dalla circostanza che i lavori richiedano un diverso titolo edilizio. Per gli interventi edilizi iniziati prima dell’introduzione dell’obbligo di presentazione della CILA, rileva, ai fini della deroga, la data di presentazione del diverso titolo abilitativo richiesto dalla norma all’epoca vigente.

Lo sconto in fattura e la cessione del credito è riconosciuto, inoltre, con riferimento alle aree classificate come zone sismiche di categoria 1, 2 e 3 e per gli interventi rientranti nei piani di recupero del patrimonio edilizio esistente o di riqualificazione urbana.

Un’ulteriore deroga al divieto di opzione in riferimento agli interventi non rientranti nel Superbonus, riguarda le spese sostenute per gli interventi diversi da quelli di cui all’art. 119 del decreto Rilancio per i quali al 16 febbraio 2023:

  1. risulti presentata la richiesta del titolo abilitativo, ove necessario;
  2. siano già iniziati i lavori per gli interventi per i quali non è prevista la presentazione di un titolo abilitativo oppure, nel caso in cui non siano ancora iniziati, sia già stato stipulato un accordo vincolante tra le parti per la forniture dei beni e dei servizi oggetto dei lavori;
  3. risulti presentata la richiesta di titolo abilitativo per l’esecuzione dei lavori edilizi rientranti nell’articolo 16-bis, comma 1, lettera d) e comma 3, del Tuir e nell’articolo 16, comma 1-septies, del Dl n. 63/2013.
La presentazione di un progetto in variante alla CILA o al diverso titolo abilitativo richiesto non rileva ai fini del rispetto dei termini previsti. Dunque, sia per le spese sostenute in relazione agli interventi ammessi al Superbonus sia per quelle relative agli interventi ammessi ai bonus diversi dal Superbonus, l’art. 2-bis del decreto Cessioni stabilisce che nel caso in cui siano stati presentati progetti edilizi in variante alla CILA o al diverso titolo abilitativo richiesto, la verifica per stabilire l’applicabilità delle deroghe del Decreto Cessioni deve avvenire con riferimento: alla data di presentazione dell’originaria CILA; alla data di presentazione dell’originario titolo abilitativo; alla data della delibera di esecuzione lavori, in caso di interventi condominiali.

Una deroga di carattere soggettivo al divieto di opzione per lo sconto in fattura o cessione del credito è prevista per gli Iacp e assimilati, cooperative di abitazione a proprietà indivisa, Onlus, nonché Odv e Aps iscritte nei relativi registri.

Un’ulteriore deroga è rappresentata per gli interventi effettuati in relazione a immobili danneggiati dagli eventi sismici verificatisi a far data dal 1°aprile 2009 dove sia stato dichiarato lo stato di emergenza, nonché gli edifici danneggiati da eventi meteorologici verificatisi nelle Marche a partire dal 15 settembre 2022, per i quali è stato dichiarato lo stato di emergenza.

Nuovo perimetro della responsabilità solidale dei fornitori e dei cessionari

Il legislatore è intervenuto con diversi correttivi per contrastare i fenomeni fraudolenti nelle operazioni di cessione dei crediti d’imposta relativi ai bonus edilizi. Il Decreto Cessioni ha individuato delle ipotesi al ricorrere delle quali il fornitore o il cessionario del credito d’imposta non concorre nella violazione per colpa grave e nelle quali, pertanto, non si configura la responsabilità in solido con il beneficiario della detrazione qualora sia accertata la carenza dei relativi presupposti costitutivi.

La disposizione stabilisce che non ricorre l’elemento soggettivo della colpa grave e, quindi, è esclusa la responsabilità in solido del fornitore o del cessionario del credito d’imposta qualora questo dimostri, congiuntamente: di aver acquistato il credito d’imposta; di essere in possesso della documentazione relativa alle opere edilizie dalle quali si è originato il credito.

Laddove il cessionario o fornitore dimostri di aver acquisito il credito e sia in possesso della documentazione elencata al comma 6-bis dell’articolo 121 del decreto Rilancio, non si configura l’ipotesi di concorso nella violazione con il beneficiario della detrazione per mancanza dei presupposti costitutivi.

Il mancato possesso di parte della documentazione non è di per sé causa di responsabilità solidale per dolo o colpa grave del cessionario, il quale può fornire con ogni mezzo prova della propria diligenza o della non gravità della diligenza. Ai fini della contestazione del concorso del cessionario nella violazione e della sua responsabilità solidale, sull’ente impositore grava l’onere della prova della sussistenza dell’elemento soggettivo del dolo o della colpa grave del cessionario.

In pratica, il mancato possesso della documentazione elencata al comma 6-bis non comporta, di per sé, la sussistenza di dolo o colpa grave del cessionario, in quanto detti elementi soggettivi non sono desumibili dalla sola mancanza di detta documentazione conservando il cessionario la possibilità di fornire, con ogni mezzo, prova della propria diligenza o della non gravità della negligenza.

La limitazione di responsabilità solidale del cessionario al dolo e alla colpa grave opera solo con riferimento ai crediti d’imposta per i quali siano stati acquisiti i visti di conformità, le asseverazioni e le attestazioni di legge di cui agli art.119 e 121 del Decreto Rilancio.

Un’ulteriore ipotesi di esclusione della responsabilità solidale è applicabile ai cessionari che acquistano i crediti d’imposta da una banca o da una società appartenente al gruppo bancario o da una società quotata e che dispongano di un’attestazione di possesso della documentazione di cui al comma 6-bis, rilasciata dai soggetti qualificati elencati.

Ripartizione in 10 rate annuali della quota annua di credito non utilizzata

Il Decreto Cessioni attribuisce al cessionario di taluni crediti, al ricorrere di specifiche condizioni, la facoltà di ripartire la quota annuale di credito d’imposta non utilizzata nell’anno (credito residuo) in ulteriori 10 rate annuali di pari importo.

Tale disposizione consente di ripartire la quota annuale di credito d’imposta residuo in 10 rate annuali di pari importo per agevolare i cessionari che non hanno la capienza per utilizzare in compensazione tramite mod. F24, entro il 31 dicembre, la quota annuale del credito d’imposta acquistato.

I crediti d’imposta per i quali può essere esercitata la facoltà in parola sono gli interventi del Superbonus, quelli finalizzati al superamento delle barriere architettoniche e gli interventi antisismici (sismabonus).

Remissione in bonis

Il Decreto Cessioni individua due ipotesi in cui il contribuente può avvalersi della remissione in bonis. La prima ipotesi opera nel caso in cui il contribuente non abbia presentato tempestivamente l’asseverazione di efficacia degli interventi, necessaria per fruire dell’agevolazione negli interventi volti alla riduzione del rischio sismico. La seconda riguarda la comunicazione per l’esercizio dell’opzione di cessione del credito nel caso in cui il contratto di cessione del credito d’imposta non sia stato concluso entro il 31 marzo 2023 e il cessionario sia un soggetto qualificato.

Abbiamo detto che il Decreto Cessioni prevede la possibilità che il contribuente si avvalga della remissione in bonis per sanare la mancata presentazione nei termini dell’asseverazione di efficacia degli interventi per la riduzione del rischio sismico. Scopo di tale misura è consentire al contribuente di beneficiare della detrazione delle spese di cui all’art. 16, comma 1-quater, 1-quinquies e 1-septies del Dl n. 63/2013 (sismabonus) e all’art. 119, comma 4, Decreto Rilancio (super sismabonus).

Il contribuente intenzionato a beneficiare della detrazione è tenuto ad inviare l’asseverazione entro il termine di presentazione della prima dichiarazione dei redditi nella quale deve essere esercitato il diritto a beneficiare della detrazione della prima quota costante dell’agevolazione.

Qualora il contribuente intenda avvalersi, in luogo della detrazione d’imposta, dell’opzione dello sconto in fattura o della cessione del credito d’imposta, la remissione in bonis, mediante la presentazione dell’asseverazione citata, deve perfezionarsi prima della presentazione della comunicazione di opzione.

La seconda ipotesi di remissione in bonis del Decreto Cessioni opera nel caso in cui la Comunicazione per l’esercizio dell’opzione di cessione del credito non sia stata effettuata entro il 31 marzo 2023 perché, a tal data, non risultava ancora concluso il contratto di cessione del credito. Il decreto in parola consente la presentazione tardiva della Comunicazione per l’esercizio dell’opzione di cessione sopra identificata, avvalendosi dell’istituto della remissione in bonis, nonostante alla data del 31 marzo 2023 mancasse il presupposto sostanziale per l’invio della Comunicazione, ossia un contratto regolarmente concluso.

Tale eccezione all’istituto della remissione in bonis - limitata alle sole spese sostenute nel 2022, nonché per le rate residue non fruite delle detrazioni riferite alle spese sostenute nel 2020 e nel 2021 - è, tuttavia, subordinata alla condizione che il cessionario del credito d’imposta rientri tra i soggetti qualificati (banche, intermediari finanziari iscritti all’albo, società appartenenti a un gruppo bancario).

Per ciascuna Comunicazione di cessione del credito non effettuata nel termine del 31 marzo 2023 il contribuente deve versare un importo pari a 250 euro. Questo pagamento sana l’inadempimento del contribuente.

Chiarimenti in tema di tassazione delle mance percepite dal personale impiegato nelle strutture ricettive e negli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande

La legge di Bilancio 2023 ha introdotto una nuova modalità di tassazione per particolari somme percepite dai lavoratori dipendenti. Parliamo di somme elargite con liberalità (c.d. mance) e corrisposte sia in contanti che con mezzi di pagamento elettronici ai lavoratori delle strutture ricettive e degli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande.

L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 26/E del 29 agosto 2023, ha fornito chiarimenti su questo trattamento integrativo speciale a vantaggio dei lavoratori del settore privato del comparto turistico, ricettivo e termale.

Ambito oggettivo e soggettivo

Nel reddito di lavoro dipendente figurano tutti gli introiti percepiti dal lavoratore compresi quelli elargiti sotto forma di erogazioni liberali. Dunque, i valori corrisposti da terzi nell’ambito del rapporto di lavoro rientrano nella nozione di reddito di lavoro dipendente.

In merito alle mance è stata prevista, in luogo della naturale inclusione nel reddito di lavoro dipendente, ‘un’imposta sostitutiva dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali con l’aliquota del 5%, entro il limite del 25% del reddito percepito nell’anno per le relative prestazioni di lavoro’.

Questo regime di tassazione agevolato si applica solo con riguardo alle mance percepite dai lavoratori delle strutture ricettive e degli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande.

Il nuovo regime di tassazione sostitutiva si applica alle mance percepite dai lavoratori del settore privato delle strutture che risultino ‘titolari di reddito di lavoro dipendente di importo non superiore a 50.000 euro’ e che non abbiano rinunciato alla facoltà di optare per la tassazione sostitutiva.

Ai fini del calcolo del limite reddituale previsto, vanno considerati tutti i redditi di lavoro dipendente conseguiti dal lavoratore, compresi quelli derivanti da attività lavorativa diversa da quella svolta nel settore turistico-alberghiero o della ristorazione.

Il limite reddituale di 50.000 euro si riferisce al periodo d’imposta precedente a quello di percezione delle mance da assoggettare a imposta sostitutiva. È bene ricordare che si considerano percepiti nel periodo d’imposta anche le somme e i valori corrisposti entro il 12 gennaio del periodo d’imposta successivo a quello a cui si riferiscono.

Sono tre i requisiti soggettivi per l’applicazione di questo regime sostitutivo:

  1. titolarità di un rapporto di lavoro nel settore privato;
  2. percezione nell’anno precedente di redditi di lavoro dipendente non superiori a 50.000 euro, anche se derivanti da più rapporti di lavoro con diversi datori;
  3. assenza di una rinuncia scritta alla tassazione sostitutiva.
La tassazione sostitutiva è il regime naturale di tassazione delle marce. Quello ordinario si applica solo in caso di rinuncia scritta del primo.

Modalità applicative e limiti

Le mance costituiscono redditi di lavoro dipendente e, salvo rinuncia scritta del lavoratore, sono soggette a una tassazione sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali, con aliquota del 5%, entro il limite del 25% del reddito percepito nell’anno per le relative prestazioni di lavoro.

Il 25% si applica sulla somma di tutti i redditi di lavoro dipendente percepiti nell’anno per le prestazioni di lavoro rese nel settore turistico-alberghiero e della ristorazione, comprese le mance. Tale limite del 25% rappresenta una franchigia, con la conseguenza che, in caso di superamento dello stesso, solo la parte eccedente il limite deve essere assoggettata a tassazione ordinaria.

Il superamento del limite reddituale di 50.000 euro di redditi di lavoro dipendente, previsto per l’accesso al regime sostituito in parola, non rileva nell’anno in cui si percepiscono le mance, ma costituisce una causa ostativa alla tassazione agevolata delle predette mance conseguite nell’anno successivo.

Per meglio comprendere questo regime sostitutivo la circolare fa un esempio. Suppone che un lavoratore, in possesso dei requisiti soggettivi, abbia conseguito:

  1. nel 2022 redditi di lavoro dipendente (anche in settori diversi da quello ricettivo e della ristorazione) per un importo complessivo non superiore a 50.000 euro;
  2. nel 2023 un reddito di lavoro dipendente maturato nel settore turistico pari a 45.000 euro, di cui 15.000 per mance, e un reddito di lavoro dipendente relativo a un settore diverso da quello turistico-alberghiero pari a 10.000 euro.
Alla luce della norma in commento:
  1. 11.250 euro sono tassati con imposta sostitutiva nella misura del 5%;
  2. 3.750 euro sono assoggettati alle ordinarie disposizioni fiscali.
Si precisa che il reddito di riferimento dell’anno 2023 nel caso sopra descritto, che rileva per l’applicazione della norma nell’anno 2024, è pari a 55.000 euro, ossia la somma di tutti i redditi di lavoro dipendente percepiti nell’anno 2023, ivi incluse le mance tassate con imposta sostitutiva.

Ne consegue che il lavoratore non potrà beneficiare dell’agevolazione in esame nell’anno 2024, avendo superato nell’anno d’imposta precedente, ossia il 2023, il limite reddituale previsto (50.000 euro).

Adempimenti del datore di lavoro e del lavoratore

Al sostituto d’imposta, ossia al datore di lavoro, spetta il compito di applicare l’imposta sostitutiva in parola. Tale applicazione presuppone la verifica del rispetto del limite di 50.000 euro di reddito di lavoro dipendente conseguito dal lavoratore, che deve essere riferito al precedente periodo d’imposta e deve includere tutti i rapporti di lavoro, anche quelli fuori dal settore turistico-alberghiero e della ristorazione.

Nell’applicare l’imposta sostitutiva il datore di lavoro deve tenere conto delle mance e deve indicare separatamente nella certificazione unica sia le mance assoggettate a imposta ordinaria sia quelle assoggettate a imposta sostitutiva. Il lavoratore, invece, deve comunicare al sostituto d’imposta l’insussistenza del diritto ad avvalersi del regime in parola nel caso in cui nell’anno precedente abbia conseguito redditi di lavoro dipendente superiore a 50.000 euro. Lo stesso lavoratore deve comunicare al datore l’importo del reddito percepito per le prestazioni di lavoro rese nel settore turistico-ricettivo presso altri datori di lavoro e delle eventuali mance assoggettate a imposta sostitutiva dagli stessi.

Il lavoratore, inoltre, può comunicare al proprio datore la rinuncia al regime agevolato e, di conseguenza, le somme in questione saranno tassate con modalità ordinaria. Il sostituto d’imposta è tenuto, comunque, ad indicare separatamente nella certificazione unica le mance percepite dal lavoratore assoggettate a tassazione ordinaria e la parte di queste teoricamente assoggettabili a imposizione sostitutiva.

La rinuncia del lavoratore deve avvenire in forma scritta. In mancanza, il sostituto d’imposta applica l’imposta sostitutiva, ovviamente in presenza delle condizioni di legge.

Se il sostituto rileva che la tassazione sostitutiva è meno vantaggiosa per il lavoratore, anche in assenza della rinuncia di questo, può applicare la tassazione ordinaria, informando il lavoratore stesso.

Il lavoratore ha la possibilità di utilizzare la dichiarazione dei redditi per applicare il regime a lui più favorevole. Può, infatti, assoggettare a tassazione ordinaria le somme in questione se il datore di lavoro ha applicato l’imposta sostitutiva o, viceversa, avvalersi dell’imposta sostitutiva se il datore di lavoro non vi abbia già provveduto.

Ai fini Iva le somme elargite a titolo di mancia rappresentano movimentazioni finanziarie fuori campo Iva e, pertanto, non incrementano il volume d’affari del datore di lavoro. Ai fini delle imposte dirette, le somme in esame non sono né ricavi né costi per il datore di lavoro.

Trattamento integrativo speciale per i lavoratori del settore privato, impiegati nel comparto turistico, ricettivo e termale

Il decreto legge n. 48/2023 (c.d. decreto Lavoro) riconosce all’articolo 39-bis un trattamento integrativo speciale che non concorre alla formazione del reddito, pari al 15% delle retribuzioni corrisposte in relazione al lavoro notturno e alle prestazioni di lavoro straordinario effettuato nei giorni festivi.

I lavoratori dipendenti del settore privato attivi nel comparto turistico, ricettivo e termale hanno diritto al trattamento integrativo speciale se nel periodo d’imposta 2022 sono stati titolari di reddito di lavoro dipendente di importo non superiore a 40.000 euro. Ai fini del calcolo di questo limite reddituale vanno considerati tutti i redditi di lavoro dipendente conseguiti dal lavoratore (anche da più datori di lavoro), compresi quelli derivanti da lavori diversi da quelli svolti nel settore turistico e ricettivo.

Su richiesta del lavoratore il sostituto d’imposta riconosce il trattamento integrativo speciale e attesta per iscritto l’importo del reddito di lavoro dipendente conseguito nel 2022 tramite dichiarazione sostitutiva di atto notorio. La documentazione comprovante l’avvenuta dichiarazione va conservata ai fini di un eventuale controllo.

Il trattamento integrativo speciale è calcolato sulla retribuzione lorda - corrisposta per il lavoro straordinario prestato nei giorni festivi e/o notturni - riferita esclusivamente alle prestazioni rese nel periodo compreso dal 1°giugno 2023 al 21 settembre 2023.

L’agevolazione in parola viene erogata a partire dalla prima retribuzione utile, comprendendo anche le quote di trattamento integrativo riferite a mesi precedenti non ancora erogate. Il datore di lavoro può erogare il trattamento in commento anche successivamente al 21 settembre 2023 e, comunque, entro il termine di effettuazione delle operazioni di conguaglio di fine anno. Il sostituto d’imposta indicherà nella certificazione unica, relativa al periodo d’imposta 2023, il trattamento integrativo speciale erogato al lavoratore.

Per consentire ai sostituti d’imposta di recuperare le somme erogate gli stessi possono avvalersi dell’istituto della compensazione. Il recupero in compensazione orizzontale del trattamento erogato al lavoratore deve avvenire mediante l’utilizzo dei servizi telematici delle Entrate. L’Amministrazione finanziaria ha messo a disposizione il codice tributo ‘1702’.


(Vedi circolare n. 26 del 2023)

Profili fiscali dello smart working e disciplina tributaria dei lavoratori frontalieri

L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 25/E del 18 agosto 2023, analizza lo smart working e si sofferma sulle regole di tassazione applicabili che interessano anche il lavoro transfrontaliero o frontaliero.

Con l’avvento della pandemia il lavoro agile è diventato o sta diventando modalità ‘ordinaria’ di svolgimento delle prestazioni lavorative. Rilevante appare, pertanto, l’individuazione dei profili fiscali legati al fenomeno del c.d. ‘mobility of work’.

Il documento di prassi amministrativa si sofferma, in particolare, su due fenomeni, a ciascuno dei quali dedica una specifica elaborazione.

La prima parte si sofferma sui profili fiscali del lavoro da remoto, prestando attenzione ai recenti orientamenti di prassi, anche ai fini dell’applicazione dei regimi agevolativi rivolti alle persone fisiche che trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia per svolgervi la propria attività lavorativa.

La seconda parte è dedicata, invece, alla speciale disciplina dei lavoratori ‘frontalieri’, alla luce dei recenti sviluppi e del nuovo Accordo internazionale siglato con la Svizzera, e delle novità introdotte dalla relativa legge di ratifica (legge n. 83 del 13 giugno 2023).

PARTE PRIMA. Profili fiscali del lavoro da remoto Residenza fiscale e smart working

Lo smart working o lavoro da remoto che ha avuto un’ampia diffusione a seguito della pandemia da Covid-19, non ha modificato la normativa che disciplina la residenza fiscale la quale è ancora disciplinata dall’articolo 2 del Tuir (Testo Unico delle Imposte sui Redditi). Si considerano residenti in Italia le persone fisiche che per la maggior parte dell’anno:

  • sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente;
  • hanno il proprio domicilio nel territorio dello Stato italiano;
  • hanno la propria residenza in Italia.
Si tratta di condizioni tra loro alternative. Significa che basta una sola di queste per considerare residente fiscalmente in Italia una persona fisica. Per stabilire la residenza, al di là del dato formale dell’iscrizione anagrafica, è necessario un riscontro fattuale da eseguirsi caso per caso. L’analisi permette di verificare il luogo di domicilio o di residenza. Il domicilio è il luogo in cui una persona stabilisce la sede principale dei suoi affari e interessi e fa coincidere la dimora abituale con la residenza.

Per configurare la residenza non occorre la continuità della dimora abituale, ne consegue che anche prolungati periodi di assenza non escludono il radicamento in Italia. In merito al domicilio, va tenuto conto anche dei rapporti di natura non patrimoniale, come quelli personali e affettivi, per considerare localizzato in Italia il centro di affari e interessi.

In merito al concetto di domicilio la Cassazione ha chiarito che lo stesso va inteso come sede principale degli affari ed interessi economici nonché delle relazioni personali. La permanenza in un determinato luogo e l’intenzione di abitarvi in modo stabile, rivelata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento di normali relazioni sociali costituiscono i presupposti di fatto della nozione di domicilio.

Affinché sussista il requisito della ‘abitualità della dimora’ - dice la Cassazione - non è necessaria la continuità o la definitività. La dimora abituale permane anche se il soggetto lavora o svolge attività al di fuori del comune di residenza, purché vi conservi l’abitazione, vi ritorni quando possibile e mostri l’intenzione di mantenervi il centro delle proprie relazioni familiari e sociali. La residenza, dunque, non viene meno per assenza anche prolungate per studio, lavoro, cura ecc.

L’articolo 3 del Tuir dispone che i residenti in Italia devono sottoporre ad imposizione nel Bel Paese tutti i loro redditi, ovunque prodotti. I soggetti non residenti saranno assoggettati a imposizione in Italia sulla base dei criteri di territorialità indicati nell’articolo 23 del Tuir.

Il comma 2-bis dell’articolo 2 del Tuir, per contrastare il fenomeno della migrazione fittizia verso Paesi a fiscalità privilegiata, ha introdotto una presunzione relativa di residenza fiscale che considera residente in Italia le persone cancellate dall’anagrafe della popolazione residente in Italia e trasferite in Paesi a regime fiscale privilegiato individuati dal decreto del Min. Finanze del 4 maggio 1999.

Il progresso tecnologico ha favorito la diffusione di forme di lavoro ‘agili’ o da remoto che non richiedono la presenza fisica nei locali aziendali e l’emergenza legata alla pandemia ne ha accelerato l’utilizzo. La normativa interna non ha subìto modifiche sulle regole di determinazione della residenza ai fini fiscali, nonostante i cambiamenti organizzativi che hanno interessato imprese, professionisti e pubblica amministrazione. Cambiamenti apportati dallo smart working.

L’Agenzia delle Entrate ha ribadito che l’attività di lavoro dipendente è esercitata nel luogo ove il dipendente è fisicamente presente mentre svolge il lavoro, ma ha precisato che una persona fisica iscritta all’Aire e rientrata in Italia a seguito della pandemia è considerata fiscalmente residente in Italia, in quanto ha il domicilio nel nostro Paese per la maggior parte del periodo d’imposta.

Nella risposta all’interpello n. 626/2921 l’Amministrazione finanziaria ha chiarito che il reddito percepito da una cittadina italiana iscritta all’Aire a fronte di un’attività di lavoro svolta in smart working dall’Italia alle dipendenze di una società estera, è imponibile nel luogo di prestazione dell’attività lavorativa, salvo il disposto della normativa convenzionale qualora applicabile.

Chi si è cancellato dalle anagrafi della popolazione residente in Italia e si è trasferito in uno degli Stati o territori individuati dal decreto del Mef 4 maggio 1999 per svolgere un’attività di lavoro da remoto per un datore localizzato in un terzo Stato, continuerà ad essere considerato residente e soggetto a tassazione in Italia per tutti i suoi redditi. Di conseguenza, non si considera assoggettabile ad imposizione il soggetto non residente in Italia che dal suo Paese di residenza lavora per un datore italiano.

Regimi speciali applicabili in caso di svolgimento dell’attività lavorativa in Italia

Nonostante l’incremento del lavoro agile non sono state apportate modifiche alla normativa interna che incidano sulle regole di determinazione della residenza delle persone fisiche ai fini fiscali. Continuano, pertanto, ad applicarsi le disposizioni di cui all’articolo 2 del Tuir. Ciò vale anche ai fini dell’applicazione dei regimi agevolativi rivolti alle persone fisiche che trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia per lavorarvi in qualità di lavoratore impatriato o di docente e ricercatore.

Entrambi presuppongono il trasferimento della residenza in Italia da parte di chi ne fruisce. Prima del trasferimento occorre che l’interessato abbia mantenuto la residenza fiscale all’estero per un periodo di tempo minimo, variabile a seconda dell’agevolazione.

Il regime agevolativo è riservato alle persone fisiche che si trasferiscono in Italia. I redditi di lavoro dipendente, quelli di lavoro autonomo prodotti in Italia, concorrono alla formazione del reddito complessivo solo al 30% del loro ammontare qualora:

  1. i lavoratori non sono stati residenti in Italia nei due periodi d'imposta precedenti il trasferimento e si impegnano a risiedere in Italia per almeno due anni:
  2. l’attività lavorativa è prestata prevalentemente nel territorio italiano.
Questo regime è applicabile dal periodo d’imposta in cui il lavoratore trasferisce la residenza fiscale in Italia e per i successivi periodi d'imposta agevolabili, relativamente ai soli redditi prodotti in Italia. Si considerano prodotti in Italia i redditi di lavoro dipendente prestati nel territorio dello Stato, anche se remunerati da un soggetto estero.

Può accedere al ‘regime speciale per lavoratori impatriati’ il soggetto che si trasferisce in Italia, pur continuando a lavorare in smart working alle dipendenze di un datore di lavoro estero, a partire dal periodo d’imposta in cui avviene il trasferimento.

Il regime speciale per docenti e ricercatori richiede che sussista un collegamento tra il trasferimento della residenza in Italia del docente o ricercatore e lo svolgimento dell’attività produttiva del reddito agevolabile.

Trasferimenti fittizi di residenza all’estero

La diffusione del lavoro agile ha acuito i fenomeni di trasferimenti fittizi di residenza all’estero, in quanto la modalità di prestazione lavorativa a distanza rende meno immediata l’individuazione del luogo di presenza fisica del lavoratore nel corso dell’anno. La circolare n. 304/1997 evidenzia la necessità di dare impulso ad attività investigative e di intelligence che consentano di individuare i fenomeni di trasferimenti fittizi. Le indagini mirano ad accertare la simulazione di chi, nonostante abbia trasferito la residenza all’estero, mantenga il centro dei propri interessi in Italia.

L’iscrizione all’Aire e la circostanza di prestare attività lavorativa da remoto per un soggetto estero non bastano ad escludere la residenza fiscale in Italia qualora, da una valutazione complessiva dei rapporti economici, patrimoniali e affettivi, risultino integrati i criteri di individuazione della residenza fiscale in Italia.

Applicazione delle Convenzioni contro le doppie imposizioni La residenza fiscale nella normativa convenzionale

La normativa interna va coordinata con le disposizioni contenute nelle Convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate dall’Italia con i singoli Stati esteri, la cui prevalenza sul diritto interno è riconosciuta nell’ordinamento italiano e in ambito tributario.

Con riferimento alla residenza fiscale, rileva l’art. 4 del Modello di Convenzione Ocse contro le doppie imposizioni il quale stabilisce che ‘ai fini della presente Convenzione, l’espressione ‘residente in uno stato contraente’ designa ogni persona che, in virtù della legislazione di detto Stato, è ivi assoggettata ad imposta a motivo del suo domicilio, residenza, sede di direzione o di ogni altro criterio di natura analoga. Tuttavia, tale espressione non comprende le persone che sono assoggettate ad imposta in questo Stato soltanto per il reddito che esse ricavano da fonti situate in detto Stato’.

Solo ove le normative interne dei Paesi contraenti entrino in conflitto la fattispecie trova risoluzione con l’attribuzione della residenza ad uno solo dei due Paesi. Ciò potrebbe verificarsi, ad esempio, nel caso in cui un soggetto acquisisca la residenza nel Paese in cui è contrattualmente fissata la propria sede lavorativa, ma mantenga, la dimora abituale o il domicilio in Italia dove può lavorare anche in smart working.

In questi casi prevale il criterio dell’abitazione permanente, cui seguono il centro degli interessi vitali, il soggiorno abituale e la nazionalità del contribuente.

La nozione di abitazione permanente si riferisce ad un immobile attrezzato e reso idoneo ad una lunga permanenza nello stesso. A rilevare è il fatto che la persona fisica abbia predisposto l’abitazione per utilizzarla in modo duraturo e continuo e non occasionalmente.

Inoltre, quando la persona fisica dispone di un’abitazione permanente in entrambi gli Stati contraenti, sarà considerata residente, in virtù del criterio del centro degli interessi vitali, nel Paese nel quale le sue relazioni personali ed economiche sono più strette. Se non è possibile individuare la residenza in base ai due criteri sopra citati, una persona fisica sarà considerata residente dello Stato in cui soggiorna abitualmente.

L’applicazione della normativa convenzionale presenta particolare rilevanza per le implicazioni sullo smart working, visto che è possibile lavorare per un soggetto stabilito in uno Stato estero, senza dover modificare la propria residenza.

A titolo di esempio, la circolare rinvia al caso del cittadino italiano che si è trasferito all’estero, dove lavora in smart working, e che ha mantenuto l’iscrizione nelle anagrafi della popolazione residente in Italia per la maggior parte del periodo d’imposta. Si ipotizzi che il contribuente abbia venduto l’appartamento italiano e acquistato un immobile nello Stato estero come sua abitazione permanente. Si ipotizzi, altresì, che lo stesso soggetto sia iscritto anche all’anagrafe dello Stato di trasferimento e che, pertanto, tale Stato lo consideri residente in base alla sua normativa interna. Per dirimere il conflitto di residenza trovano applicazione specifiche regole (le tie breaker rules) stabilite nel Trattato tra l’Italia e lo Stato estero. In particolare, l’abitazione permanente in quest’ultimo, dove il lavoratore svolge smart working, può configurare il criterio dirimente ai fini della determinazione della residenza.

Applicazione delle Convenzioni allo smart working

Il nuovo modello organizzativo del lavoro agile necessita di chiarimenti di coordinamento con le disposizioni convenzionali che ripartiscono la potestà impositiva in relazione a determinati redditi, con particolare riferimento agli articoli 15, 7, 5 e 14 del Modello Ocse come recepiti nei Trattati conclusi dall’Italia.

Redditi di lavoro dipendente

L’art. 15 del Modello Ocse, recepito nelle Convenzioni negoziate dall’Italia, prevede la tassazione esclusiva dei redditi da lavoro subordinato nello Stato di residenza del contribuente, a meno che tale attività lavorativa non venga svolta nell’altro Stato contraente; in tale ultima ipotesi i predetti redditi devono essere assoggettati ad imposizione in entrambi i Paesi.

L’articolo in parola stabilisce, in primis, la tassazione esclusiva dei redditi di lavoro dipendente nello Stato di residenza quando l’attività è ivi svolta. Nel caso in cui lo Stato di residenza e quello della fonte non coincidano, si applica un regime di imposizione concorrente.

Viene ripristinata la tassazione esclusiva nello Stato di residenza anche quando l’attività lavorativa è svolta nello Stato della fonte, ove ricorrono congiuntamente tre condizioni:

  • il beneficiario dei redditi di lavoro dipendente soggiorna nello Stato della fonte per periodi non superiori in totale a 183 giorni nell’anno fiscale considerato;
  • le remunerazioni sono pagate da o a nome di un datore di lavoro che non è residente nello Stato della fonte;
  • l’onere delle remunerazioni non è sostenuto da una stabile organizzazione o da una base fissa che il datore di lavoro ha nello Stato della fonte.
In applicazione delle disposizioni convenzionali, quindi, un soggetto non residente che svolge la sua attività di lavoro dipendente in Italia è assoggettato a imposizione nel nostro Paese in relazione ai redditi imputabili all’attività prestata nel territorio dello Stato. Non inficia la modalità di svolgimento della prestazione. Significa che anche quando è svolta da remoto per un datore estero, si considera comunque prestata in Italia, con conseguente riconoscimento della potestà impositiva italiana.

Il lavoro dipendente si considera svolto nel luogo in cui il lavoratore è fisicamente presente quando svolge la prestazione per cui è pagato, indipendentemente dalla circostanza che la manifestazione di tale lavoro abbia effetti nell’altro Stato contraente.

La disposizione convenzionale è coerente con l’articolo 23 del Tuir che considera prodotti in Italia ‘i redditi di lavoro dipendente prestato nel territorio dello Stato’.

Ipotizziamo, ad esempio, il caso di un cittadino italiano che prima del Covid-19 sia stato assunto da un’impresa stabilita nello Stato X (con cui l’Italia ha in vigore una Convenzione contro le doppie imposizioni), dove ha provveduto a trasferire la residenza. Con la pandemia il lavoratore ha iniziato a fruire del lavoro agile, che ha svolto in Italia per l’impossibilità di rientrare nello Stato X a causa delle limitazioni alla circolazione dettate da ragioni sanitarie. Cessate le restrizioni alla circolazione, il lavoratore continua a lavorare in Italia in smart working.

In tal caso, i redditi del lavoratore per il lavoro svolto da remoto nel territorio dello Stato, sia durante l’emergenza pandemica che dopo, sono imponibili in Italia. Non rileva né la circostanza che, in assenza di accordi di smart working, il lavoratore si dovrebbe recare fisicamente presso i locali dell’impresa nello Stato X, né l’eventuale origine forzosa dello stabilimento a causa delle restrizioni alla circolazione.

Tale conclusione trova riscontro nella risposta a interpello n. 50/2023, in cui è stato chiarito che il reddito da lavoro dipendente, erogato ad un soggetto fiscalmente residente in Italia da parte di un datore di lavoro irlandese, a fronte di una attività lavorativa svolta in parte in Italia, in modalità agile, e in parte in Irlanda, presso la sede della società, deve, ai sensi dell’articolo 14 della Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia ed Irlanda, essere assoggettato a tassazione esclusiva in Italia (Stato di residenza), per la parte derivante dall’attività svolta in smart working in Italia, ed a tassazione concorrente, sia in Italia che in Irlanda, per la parte derivante dall’attività svolta in Irlanda.

PARTE SECONDA. La disciplina tributaria dei lavoratori frontalieri. Le novità introdotte dalla legge n. 83/2023

La seconda parte della circolare è dedicata alla disciplina fiscale dei lavoratori frontalieri, ossia dei lavoratori, dipendenti o autonomi, che svolgono la propria attività in uno Stato membro diverso da quello in cui risiede e che ritorna nel Paese di residenza quotidianamente o almeno una volta a settimana. Questo inquadramento non vale dal punto di vista tributario, per il quale la disciplina del lavoratore frontaliere va ricercata nelle legislazioni nazionali e nelle singole Convenzioni contro le doppie imposizioni.

In merito al reddito derivante dal lavoro dipendente prestato all’estero, il lavoratore frontaliero usufruisce di una franchigia da imposizione dall’Irpef di 7.500 euro. Tale regime è applicabile esclusivamente ai lavoratori dipendenti che risiedono in Italia e che quotidianamente si recano all’estero per lavorare, ad esempio Francia, Austria, San Marino, Città del Vaticano.

La disciplina tributaria del lavoratore frontaliere è contenuta anche in alcune Convenzioni contro le doppie imposizioni e accordi stipulati dall’Italia con gli Stati confinanti. La circolare si sofferma sulla Convenzione tra Italia ed Austria, tra Italia e Francia, tra Italia e San Marino e tra Italia e Svizzera.

Ferma restando la prevalenza sull’ordinamento interno, la funzione di tale normativa convenzionale è quella di regolamentare la ripartizione della potestà impositiva tra gli Stati, per cui, una volta attribuita la potestà impositiva allo Stato italiano, l’applicazione della normativa interna resta condizionata alla sussistenza dei requisiti previsti da quest’ultima.

L’Agenzia delle Entrate si sofferma sulla Convenzione contro le doppie imposizioni che l’Italia ha sottoscritto con Austria, Francia e San Marino. Naturalmente ampio spazio viene dedicato agli accordi del 1974 e del 2020 stipulati con la Svizzera.

Dopo un primo accordo del 1974 Italia e Svizzera hanno concluso una nuova intesa il 23 dicembre 2020, che sarà applicabile dal 1°gennaio 2024.

L’accordo del 1974 regolamenta esclusivamente l’imposizione dei frontalieri residenti in Italia che svolgono attività lavorativa in Svizzera. Alla luce di questo accordo, un lavoratore frontaliero in Svizzera vede la sua remunerazione imponibile soltanto in Svizzera. Questo accordo fornisce una definizione generica di lavoratore ‘frontaliere’ che va riconosciuta ai lavoratori che siano residenti in un Comune il cui territorio sia compreso nella fascia di 20 Km dal confine con la Svizzera, dove si reca per svolgere attività di lavoro dipendente.

Devono essere riconosciuti quali lavoratori frontalieri solo i lavoratori dipendenti che sono residenti in Italia e quotidianamente si recano all’estero in zone di frontiera per svolgere la prestazione lavorativa.

Come detto, il 23 dicembre 2020 Italia e Svizzera hanno stipulato un nuovo accordo, ratificato con la legge n. 83/2023 che entrerà in vigore il 1°gennaio 2024.

Il nuovo accordo fornisce una nuova definizione di ‘lavoratore frontaliere’. Lo è il lavoratore che:

  • è fiscalmente residente in un Comune il cui territorio si trova, totalmente o parzialmente, nella zona di 20 Km dal confine con l’altro Stato contraente;
  • svolge un’attività di lavoro dipendente nell’area di frontiera dell’altro Stato, per un datore di lavoro residente, una stabile organizzazione o una base fissa di detto altro Stato;
  • ritorna, in linea di principio, quotidianamente al proprio domicilio principale nello Stato di residenza.
A differenza dell’accordo del 1974 il nuovo disciplina tanto il trattamento dei frontalieri elvetici che lavorano in Italia quanto quello dei frontalieri italiani che lavorano in Svizzera, secondo un principio di reciprocità. La novità principale sta nel regime impositivo di cui godono i frontalieri: alla tassazione esclusiva nel Paese della fonte prevista dall’accordo del 1974 subentra una tassazione concorrente tra Paese della fonte e Paese di residenza.

In virtù del nuovo accordo, il reddito da lavoro dipendente dei lavoratori frontalieri è imponibile nello Stato in cui è prestata l’attività lavorativa mediante ritenuta alla fonte, in misura pari fino a un massimo dell’80% di quanto dovuto in base alle disposizioni Irpef. Lo Stato di residenza del lavoratore, a sua volta, tassa per concorrenza il reddito per l’intero ammontare, garantendo l’eliminazione della doppia imposizione giuridica secondo quanto previsto dalla Convenzione tra Italia e Svizzera.

Lo Stato contraente in cui viene svolta l’attività lavorative deve trasmettere allo Stato di residenza, entro il 20 marzo dell’anno successivo, le informazioni rilevanti ai fini dell’imposizione del frontaliere. Le informazioni scambiate in base al nuovo accordo possono essere utilizzate solo ai fini dell’imposizione di salari, stipendi e remunerazioni analoghe ricevute dai frontalieri.

Eliminazione delle Svizzera dall’elenco delle black list

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con decreto del 20 luglio 2023, ha provveduto a cancellare la Svizzera dall’elenco degli Stati fiscalmente privilegiati ai fini Irpef (c.d. black list persone fisiche). Dunque, dal periodo di imposta 2024, la Svizzera deve essere considerata esclusa dall’elenco degli Stati fiscalmente privilegiati ai fini Irpef.

Ulteriori novità introdotte dalla legge n. 83 del 2023

La legge n. 83/2023 ha introdotto nuove disposizioni in merito alla tassazione dei lavoratori frontalieri, applicabili dall’anno successivo a quello in corso alla data di ratifica ed esecuzione del nuovo Accordo, ossia a decorrere dal 2024.

La citata legge ha previsto un innalzamento della soglia di franchigia applicabile ai lavoratori frontalieri dagli attuali 7.500 euro a 10.000 euro. Tale innalzamento investe tutti i lavoratori frontalieri e non solo quelli che lavorano nelle zone di frontiera in Svizzera.

I contributi previdenziali per il prepensionamento previsti a carico dei lavoratori frontalieri sono deducibili dal reddito complessivo nell’importo risultante da idonea documentazione. Esclusi dalla base imponibile Irpef gli assegni di sostegno al nucleo familiare erogati ai lavoratori frontalieri dagli enti previdenziali dei Paesi in cui i primi prestano la loro attività.

Fino al prossimo 31 dicembre trova applicazione un regime transitorio per gli ‘attuali frontalieri’, ovvero per i frontalieri che hanno in corso un rapporto di lavoro al momento dell’entrata in vigore dell’Accordo, e che è differente dal regime cui saranno assoggettati i ‘nuovi frontalieri’.

Il nuovo Accordo prevede:

  • un regime transitorio per chi svolge o ha svolto lavoro dipendente in Svizzera per un datore elvetico tra il 31 dicembre 2018 e la data di entrata in vigore del nuovo Accordo. Questi continueranno ad essere assoggettati a imposizione esclusivamente in Svizzera. A titolo di compensazione i Cantoni Ticino, Vallese e Grigioni provvederanno a redistribuire in Italia, sino al 2033, il 40% dell’ammontare lordo delle imposte su salari e stipendi pagati dai frontalieri italiani;
  • un regime ordinario, applicabile a chi verrà assunto dopo l’entrata in vigore del nuovo Accordo. Per i ‘nuovi frontalieri’ la Svizzera applicherà un’imposta dell’80% sul reddito di lavoro dipendente, mentre l’Italia potrà assoggettare a imposizione l’intero reddito, riconoscendo ai frontalieri un credito per l’imposta pagata in Svizzera.
La legge n. 83/2023 ha previsto che, a decorrere dal 1°febbraio 2023 e non oltre il 30 giugno 2023, i giorni di lavoro svolti nello Stato di residenza in smart working, fino al 40% del tempo di lavoro, dai lavoratori frontalieri che rientrano nel campo di applicazione dell’Accordo tra Italia e Svizzera relativo all’imposizione dei lavoratori frontalieri, si considerano effettuati nell’altro Stato.

Solo per i lavoratori frontalieri che al 31 marzo 2022 svolgevano l’attività lavorativa in modalità agile, il decreto legge n. 75/2023 ha previsto l’estensione del periodo di applicazione delle disposizioni di cui all’art. 12, comma 1, della legge n. 83/2023, fino al 31 dicembre 2023.

Le nuove disposizioni contengono, pertanto, una disciplina provvisoria applicabile ai residenti in Italia che possono qualificarsi come frontalieri in Svizzera in base all’Accordo del 1974. Per tali soggetti i giorni di lavoro svolti in Italia in smart working, fino al 40% del tempo di lavoro, si considerano giorni lavorati svolti in Svizzera.


(Vedi circolare n. 25 del 2023)






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