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Istituzione del codice tributo per l’utilizzo del credito d’imposta per l’acquisto di prodotti realizzati con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica

La legge di Bilancio 2023 ha previsto il riconoscimento di un credito d’imposta a favore delle imprese che acquistano prodotti realizzati con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica ovvero che acquistano imballaggi biodegradabili e compostabili o derivanti dalla raccolta differenziata di carta, alluminio e vetro.

Il credito d’imposta in parola è utilizzabile esclusivamente in compensazione, presentando il modello F24 unicamente tramite i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate.

Per consentire l’utilizzo in compensazione del credito d’imposta, tramite modello F24, l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 36/E del 16 ottobre 2026, ha istituito il codice tributo ‘7078’ denominato ‘Credito d’imposta per l’acquisto di prodotti realizzati con materiali provenienti dalla raccolta differenziata degli imballaggi in plastica ovvero di imballaggi biodegradabili e compostabili o derivati dalla raccolta differenziata della carta, dell’alluminio e del vetro - articolo 1, comma 686, legge 29 dicembre 2022 n. 197’.


(Vedi risoluzione n. 36 del 2026)

Dlgs n. 14/2019 - Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza - Inquadramento e approfondimento degli istituti. Il sovraindebitamento e l’esdebitazione

Con la circolare n. 9/E del 21 ottobre 2026 l’Agenzia delle Entrate prosegue il percorso di inquadramento e approfondimento della disciplina del sovraindebitamento e dell’esdebitazione come riformata dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza. Si tratta del secondo documento delle Entrate dedicato ai nuovi istituti del Codice della crisi che segue la circolare n. 5/E pubblicata il 16 luglio 2026.

Tale riforma si inserisce nel più ampio processo di revisione delle procedure concorsuali, estendendo anche ai debitori civili, ai professionisti, agli imprenditori minori e, più in generale, ai soggetti non fallibili, le logiche di emersione anticipata della crisi, di composizione regolata dell’indebitamento e di reinserimento nel circuito economico. In tale logica particolare rilievo assume l’istituto dell’esdebitazione che consente a una persona sovraindebitata di ottenere la liberazione dai debiti che non è riuscita a pagare, al ricorrere delle condizioni previste dalla legge.

Il documento si concentra sugli strumenti di regolazione della crisi da sovraindebitamento, con specifico riferimento alla ristrutturazione dei debiti del consumatore, alle procedure familiari, al concordato minore e alla liquidazione controllata. Ampio spazio viene riservato all’esame delle condizioni di accesso, delle fasi procedimentali, degli effetti dell’omologazione e delle ipotesi di revoca, nonché al ruolo dell’Organismo di composizione della crisi (‘OCC’).

La circolare dedica altresì attenzione alle disposizioni in materia di esdebitazione, sia conseguente alla liquidazione controllata, sia nella forma dell’esdebitazione del sovraindebitato incapiente.

L’esame delle singole disposizioni è condotto con taglio sistematico e operativo, valorizzando la documentazione dei lavori preparatori, le relazioni illustrative e i principali orientamenti giurisprudenziali, con particolare riguardo ai profili di interesse pratico e alle interazioni con l’attività dell’Agenzia. Lo scopo è quello di fornire un quadro chiaro e coerente della disciplina vigente.

Il documento di prassi amministrativa recepisce i contributi espressi dagli operatori nell’ambito della consultazione pubblica avviata lo scorso 26 giugno e terminata il 24 luglio 2026.

La circolare esamina gli strumenti di regolazione della crisi e dell’insolvenza con riguardo a:

  • Disposizioni di carattere generale;
  • Ristrutturazione dei debiti del consumatore;
  • Concordato minore;
  • Liquidazione giudiziale e liquidazione controllata;
  • Esdebitazione.

Ambito di applicazione delle procedure di composizione delle crisi da sovraindebitamento e procedure familiari

Le procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento sono destinate ai debitori che versano in condizioni di crisi o insolvenza, ossia il consumatore, il professionista, l’imprenditore minore, l’imprenditore agricolo, le start up innovative e ogni altro debitore non assoggettabile alla liquidazione giudiziale ovvero a liquidazione coatta amministrativa o ad altre procedure liquidatorie.

Il decreto legislativo n. 136/2024 (‘Correttivo-ter’) ha vietato al sovraindebitato di accedere al concordato minore e alla ristrutturazione dei debiti del consumatore mediante il deposito di una domanda prenotativa o ‘in bianco’. La nomina dell’attestatore è sempre facoltativa; inoltre, i compiti propri del commissario e del liquidatore sono svolti dall’Organismo di composizione della crisi (OCC) .

In materia di sovraindebitamento il Codice ha innovato la disciplina dell’attestazione rispetto al sistema previgente disciplinato dalla legge n. 3 del 2012. La norma in parola sancisce il carattere meramente facoltativo della nomina dell’attestatore, determinando un significativo mutamento rispetto alla precedente disposizione.

Il Codice ha introdotto uno schema più flessibile e meno formalizzato nel quale l’attestazione non assume più carattere indefettibile. Il legislatore ha optato per una disciplina che consente di modulare il ricorso all’attestatore in funzione delle concrete esigenze del caso; ne consegue una netta distinzione tra le funzioni proprie dell’OCC e quelle demandate a un professionista attestatore.

La facoltatività dell’attestazione consente di evitare oneri aggiuntivi nei casi meno complessi, nei quali la verifica dell’OCC e il controllo giudiziale possono bastare. D’altro canto, non può escludersi che nelle ipotesi connotate da una particolare complessità patrimoniale, fiscale o finanziaria delle condizioni di sovraindebitamento, l’attestazione avente ad oggetto la fattibilità del piano, nonché la veridicità dei dati e delle informazioni, risulti idonea a svolgere una funzione di ausilio istruttori in favore degli Uffici.

Il documento di prassi amministrativa esamina inoltre le procedure familiari disciplinate dall’art. 66 del Codice, precisando che i debitori appartenenti alla stessa famiglia possono presentare un’unica domanda di accesso alle procedure per la risoluzione della crisi. Si considerano membri della stessa famiglia, oltre al coniuge, i parenti entro il quarto grado, e gli affini entro il secondo, nonché le parti dell’unione civile e i conviventi di fatto.

Per effetto delle modifiche apportate dal Correttivo-ter è stato chiarito che, qualora anche uno solo dei ricorrenti non rivesta la qualifica di consumatore, non è possibile accedere alla procedura familiare di ristrutturazione dei debiti del consumatore. In tali casi, restano attivabili la procedura di liquidazione controllata e il concordato minore.

La trattazione unitaria delle posizioni non comporta la confusione dei patrimoni dei singoli debitori. Infatti il comma 3 del Correttivo-ter dispone che ‘le masse attive e passive rimangono distinte’. La separazione delle masse patrimoniali mira ad evitare che porzioni di patrimonio di uno dei familiari siano destinate al soddisfacimento dei debiti personali degli altri membri del nucleo familiare.

Ne consegue che:

  • l’attivo ricavato da ogni autonomo patrimonio resta destinato al soddisfacimento dei creditori di esclusiva pertinenza del singolo familiare e di quelli eventualmente da soddisfare ‘in comune’ con altri condebitori;
  • i debiti per i quali i membri del nucleo familiare risultino obbligati solidalmente devono essere imputati nella massa passiva di ciascun coobbligato per l’intero, dando evidenza dell’esistenza del vincolo di solidarietà.

Ristrutturazione dei debiti del consumatore

Gli articoli 67 e seguenti disciplinano la procedura di ristrutturazione dei debiti del consumatore. Con l’ausilio dell’OCC il consumatore sovraindebitato può proporre ai creditori un piano di ristrutturazione dei debiti chi indichi in modo specifico tempi e modalità per superare la crisi da sovraindebitamento.

La circolare chiarisce che l’accesso alla procedura è riservato alle persone fisiche che abbiano assunto obbligazioni esclusivamente per finalità estranee all’esercizio di attività imprenditoriali o professionali. In presenza di debiti derivanti anche da tali attività, l’interessato potrà accedere al concordato minore ove ne sussistano i presupposti di ammissibilità.

In merito alle modalità di accesso alla procedura, la norma stabilisce che nella predisposizione della domanda, il consumatore debba avvalersi dell’ausilio di un OCC. Il Codice, tuttavia, si limita a richiamare il ruolo dell’OCC senza fare espresso riferimento alla figura del gestore della crisi. L’omissione testuale di tale figura deve essere considerata puramente formale. In senso sostanziale, infatti, il ruolo è ricoperto da un professionista nominato dall’OCC, che rappresenta una figura centrale nell’ambito della procedura di ristrutturazione dei debiti del consumatore. Egli, infatti, affianca il debitore nella predisposizione del piano di ristrutturazione e svolge, al contempo, funzioni di ausiliario del tribunale nella gestione e nell’esecuzione della procedura.

Il gestore della crisi rappresenta, in conclusione, la figura attraverso cui l’OCC dà concreta attuazione alle funzioni ad esso demandate dal Codice nell’ambito delle procedure di sovraindebitamento.

Il piano di ristrutturazione dei debiti ha contenuto libero e non è imposta al debitore alcuna percentuale minima di soddisfacimento dei creditori. Il piano, però, deve individuare tempi e modalità idonei a consentire il superamento della crisi da sovraindebitamento, mediante l’indicazione degli atti e delle operazioni con le quali il consumatore prevede di reperire i mezzi necessari per la sua esecuzione.

La proposta può prevedere anche il soddisfacimento parziale e differenziato dei crediti, tanto in denaro quanto con altri mezzi, anche attraverso la cessione dei crediti futuri.

Il Codice non prevede espressamente un termine di durata del piano o dei pagamenti; tuttavia, la giurisprudenza ammette anche piani che superano i cinque o i sette anni, purché sia garantito il soddisfacimento dei creditori privilegiati in misura non inferiore a quella ricavabile dalla liquidazione controllata.

Alla luce degli orientamenti giurisprudenziali che ammettono piani di durata oltre cinque o sette anni, gli Uffici sono tenuti a verificare che le proposte fondate su pagamenti ultrannuali siano adeguatamente motivate e giustificate dalla convenienza economica delle stesse rispetto all’alternativa liquidatoria; in presenza di più soluzioni alternative praticabili fondate su piani ultrannuali, tutte vantaggiose rispetto all’alternativa liquidatoria, gli Uffici valuteranno la proposta che garantisca una più efficace tutela delle ragioni erariali, anche sotto il profilo della tempistica dei pagamenti.

Nelle ipotesi in cui il piano preveda la moratoria biennale dei crediti erariali assistiti da diritti di prelazione, gli Uffici verificheranno che la proposta assicuri il pagamento degli interessi legali maturati, sebbene il relativo versamento sia differito secondo le modalità previste dal piano.

Presentazione della domanda e attività dell’OCC

La domanda si propone con ricorso al giudice competente tramite un OCC costituito nel circondario del tribunale in cui il consumatore sovraindebitato ha il centro degli interessi principali e non risulta necessaria l’assistenza di un difensore.

Se nel circondario non vi è un OCC le relative funzioni sono svolte da un professionista o da una società tra professionisti nominati dal presidente del tribunale competente o da un giudice da lui delegato. Alla domanda va allegata una relazione dell’OCC che deve contenere:

  • l’indicazione delle cause dell’indebitamento e della diligenza impiegata dal debitore nell’assumere le obbligazioni;
  • l’esposizione delle ragioni dell’incapacità del debitore di adempiere le obbligazioni assunte;
  • la valutazione sulla completezza e attendibilità della documentazione depositata a corredo della domanda;
  • l’indicazione presunta dei costi della procedura.

Nella relazione l’OCC deve indicare se il soggetto finanziatore abbia tenuto conto del merito creditizio del debitore, valutato in base al suo reddito disponibile. Entro sette giorni dal conferimento dell’incarico l’OCC deve darne notizia all’Agente della riscossione e agli Uffici fiscali competenti i quali entro 15 giorni devono comunicare il debito tributario accertato e gli eventuali accertamenti pendenti.

La misura serve a consentire agli Uffici di comunicare la situazione debitoria all’OCC, affinché quest’ultimo possa tenerne conto nella stesura della relazione e nella predisposizione della proposta.

Gli Uffici fiscali devono quindi procedere, nel più breve tempo possibile, alla liquidazione dei tributi risultanti dalle dichiarazioni, alla notifica degli avvisi di irregolarità e di accertamento e alla quantificazione complessiva del debito tributario. Da tale quantificazione sono escluse le somme già affidate all’Agenzia della riscossione per evitare duplicazioni. Quest’ultimo è tenuto a comunicare all’OCC l’ammontare dei debiti iscritti a ruolo, anche se scaduti o sospesi, comprendendo imposte, interessi, sanzioni e interessi di mora. Gli Uffici fiscali devono verificare tali dati per evitare discrepanze tra gli importi comunicati e quelli effettivamente dovuti all’Erario.

In attesa della quantificazione definitiva, gli Uffici possono trasmettere all’OCC una stima provvisoria del debito fiscale, basata sui dati disponibili negli archivi dell’Anagrafe tributaria e sulle contestazioni in corso o già definite ma non ancora pagate. Devono inoltre indicare le attività ancora da compiere che potrebbero modificare l’importo e comunicare tempestivamente eventuali ulteriori debiti emersi successivamente, evitando di conteggiare somme già segnalate dall’Agenzia della riscossione.

Infine, il deposito della domanda sospende il corso degli interessi convenzionali o legali fino alla chiusura della procedura, salvo che i crediti siano garantiti da ipoteca, pegno o privilegio.

Apertura e omologazione del piano

L’OCC deposita la domanda del piano presso il tribunale competente. Se il giudice verifica la sussistenza delle condizioni di ammissibilità, dispone con decreto la pubblicazione della proposta e del piano e la loro comunicazione a tutti i creditori entro il termine di 30 giorni. Su richiesta del debitore, può inoltre adottare misure protettive per impedire azioni esecutive e cautelari che possano compromettere il patrimonio e la realizzazione del piano. Tali misure possono essere revocate in caso di atti in frode ai creditori. Il giudice può anche vietare gli atti di straordinaria amministrazione senza preventiva autorizzazione.

Ricevuta la comunicazione dell’avvio del procedimento, i creditori possono presentare osservazioni entro 20 giorni, contestando l’ammissibilità, la fattibilità o la convenienza del piano. Tali comunicazioni costituiscono un importante strumento di partecipazione alla procedura e possono consentire ai creditori di impugnare la successiva sentenza di omologazione. In particolare, gli Uffici fiscali possono evidenziare errori nella valutazione del patrimonio, violazioni delle cause legittime di prelazione e criticità relative alla convenienza del piano rispetto alla liquidazione controllata, considerando anche i tempi di pagamento e le eventuali risorse esterne.

Scaduto il termine per le osservazioni, l’OCC, sentito il debitore, riferisce al giudice e propone eventuali modifiche entro 10 giorni. Se il piano risulta ammissibile e fattibile, il giudice lo omologa con sentenza e dichiara chiusa la procedura.

In presenza di contestazioni presentate dai creditori sulla convenienza della proposta, il giudice può comunque omologare il piano mediante il meccanismo del cram down, se il creditore contestante riceve un trattamento non inferiore a quello previsto in caso di liquidazione. Tale meccanismo si applica a tutti i creditori, senza una disciplina specifica per l’Amministrazione finanziaria o gli enti previdenziali.

La sentenza di omologazione viene comunicata ai creditori e pubblicata entro due giorni. Possibile presentare un reclamo alla Corte d’appello entro 30 giorni. In caso di mancata omologazione, le misure protettive concesse perdono efficacia.

Esecuzione del piano

L’esecuzione del piano ha inizio con la pubblicazione della sentenza di omologazione e consiste nell’attuazione degli adempimenti necessari a realizzare il contenuto della proposta.

In questa fase il debitore mantiene il possesso del proprio patrimonio, sotto il controllo e la collaborazione dell’OCC.

A quest’ultimo spetta il compito di vigilare sull’esatto adempimento del debitore e di risolvere le eventuali difficoltà attuative del piano.

Il giudice, verificata la conformità delle vendite e delle cessioni al piano, autorizza lo svincolo delle somme e dispone la cancellazione dei vincoli e delle iscrizioni presenti sui beni. Gli atti dispositivi e i pagamenti effettuati dal debitore in violazione del piano sono inefficaci nei confronti dei creditori anteriori e possono avere rilevanza penale.

Durante l’esecuzione, l’OCC deve riferire per iscritto al giudice ogni sei mesi sullo stato di attuazione. Al termine, presenta una relazione finale che consente al giudice di verificare la corretta esecuzione del piano e l’attività svolta dall’OCC.

Se il piano è stato integralmente e correttamente realizzato, il giudice liquida il compenso dell’OCC e ne autorizza il pagamento. In caso di esecuzione parziale o non corretta, indica gli adempimenti necessari e assegna un termine per completarli, prorogando la fase esecutiva. Se il debitore non rispetta tali prescrizioni, l’omologazione viene revocata. Tuttavia, se il piano diventa inattuabile per ragioni non imputabili al debitore, è possibile modificarlo per evitarne la revoca, quando ciò sia concretamente possibile.

Revoca della sentenza di omologazione

La revoca dell’omologazione è l’unico provvedimento che può incidere sul piano del consumatore ed è reclamabile. Il suddetto provvedimento priva di efficacia vincolante il piano di ristrutturazione e determina la chiusura della relativa procedura.

La revoca può verificarsi in seguito al compimento di atti fraudolenti commessi sia prima del deposito del ricorso sia durante la procedura.

La revoca può essere disposta anche a seguito della mancata esecuzione delle prescrizioni del giudice. I soggetti che sono legittimati a presentare istanza di revoca sono, rispettivamente, il creditore, l’OCC, il pm e qualsiasi altro interessato. Trascorsi sei mesi dalla presentazione della relazione finale, la domanda di revoca non può essere più proposta.

Apertura della liquidazione controllata dopo la revoca dell’omologazione

Il Correttivo-ter ha modificato l’articolo 73 con lo scopo di rendere il procedimento di apertura della liquidazione controllata in caso di revoca dell’omologazione del piano del consumatore, omogeneo a quello di apertura della liquidazione giudiziale.

Dopo la revoca dell’omologazione il tribunale su istanza del debitore o di un creditore, provvede ad aprire la procedura di liquidazione controllata verificata la sussistenza dei relativi presupposti. In tal caso il giudice concede termine al debitore per integrare la documentazione.

Dalla stessa data, se la revoca consegue ad atti di frode o a inadempimento, l’istanza può essere proposta dal pm.

Concordato minore Proposta di concordato minore

Il concordato minore rappresenta uno dei 3 strumenti di regolazione del sovraindebitamento previsti dal Codice. Il suo fine è quello di favorire la continuità dell’attività economica. Questa procedura è destinata ai soggetti che svolgono un’attività produttiva i quali con uno strumento flessibile di ristrutturazione dei debiti hanno la possibilità di continuare l’attività.

Il concordato minore è una procedura assimilabile al concordato preventivo . Dal punto di vista soggettivo, il concordato minore è accessibile a tutti i debitori elencati all’articolo 2, comma 1 lett. c) ad eccezione del consumatore.

Sebbene l’accesso a tale procedura sia precluso al consumatore, è consentita la partecipazione dei componenti di un medesimo nucleo familiare in stato di sovraindebitamento, purché sia rispettata la convivenza o l’origine comune della situazione debitoria.

Le modifiche introdotte dal Correttivo-ter hanno ulteriormente chiarito che qualora anche uno solo dei debitori non abbia la qualifica di consumatore, non è possibile accedere alla procedura familiare di ristrutturazione dei debiti; resta tuttavia sempre possibile utilizzare il concordato minore quale strumento unitario di composizione della crisi.

Sono, pertanto, destinatari della procedura in esame il professionista, l’imprenditore minore, l’imprenditore agricolo, le start-up innovative e ogni altro debitore non assoggettabile alla liquidazione giudiziale, alla liquidazione coatta amministrativa o ad altre procedure liquidatorie.

Inammissibile al concordato minore è la domanda presentata dall’imprenditore cancellato dal registro delle imprese. La Corte di cassazione sul punto ha attribuito rilievo decisivo alla cancellazione dal registro delle imprese, ritenendo che essa segni il termine ultimo entro cui l’imprenditore, sia individuale sia collettivo, possa accedere al concordato minore.

La giurisprudenza di merito ha ammesso al concordato minore il socio fideiussore anche quando questi, al momento della domanda, non eserciti un’attività imprenditoriale o professionale da proseguire. In tal caso, il concordato minore deve assumere natura liquidatoria, con l’apporto di risorse esterne.

Per accedere al concordato minore, il debitore deve trovarsi in una situazione di crisi o di insolvenza. La qualifica di consumatore non può essere esclusa automaticamente per il solo fatto che abbia prestato una fideiussione a favore di una società: occorre verificare se la garanzia sia collegata alla sua attività imprenditoriale o professionale oppure ne sia estranea.

Il concordato minore si distingue in due tipologie: in continuità e liquidatorio. Il concordato in continuità consente di proseguire l’attività imprenditoriale o professionale, direttamente da parte del debitore oppure indirettamente, attraverso un altro soggetto. Il concordato liquidatorio, invece, richiede un apporto di risorse esterne che incrementi in misura apprezzabile il patrimonio disponibile al momento della domanda. Non sono previsti i requisiti minimi di incremento patrimoniale e di soddisfacimento dei creditori stabiliti per il concordato preventivo liquidatorio, lasciando al giudice un maggior margine di valutazione.

La proposta può prevedere diverse modalità di soddisfacimento dei creditori, anche alternative al pagamento in denaro, ma deve rispettare i principi della responsabilità patrimoniale, della parità di trattamento tra creditori e dell’ordine delle cause di prelazione. Come chiarito dalla Corte di cassazione, non è quindi possibile equiparare liberamente creditori privilegiati e chirografari senza una specifica previsione normativa. Gli Uffici possono contestare all’OCC eventuali violazioni di tali principi.

La suddivisione dei creditori in classi è facoltativa, salvo che per i creditori titolari di garanzie prestate da terzi, per i quali è obbligatoria. Non si applicano, invece, tutte le ulteriori ipotesi di classificazione obbligatoria previste per il concordato preventivo, compresa quella relativa ai crediti tributari e previdenziali non integralmente soddisfatti.

Nel concordato minore in continuità è inoltre applicabile, nei limiti della compatibilità, la regola della priorità relativa (relative priority rule), che distingue tra il valore ricavabile dalla liquidazione del patrimonio e l’eventuale valore aggiunto generato dalla prosecuzione dell’attività. Tale principio si applica anche al professionista, come confermato dalla Corte d’appello di Firenze nel 2026, poiché non vi sono ragioni per differenziare la continuità professionale da quella imprenditoriale.

Infine, l’approvazione della proposta richiede il raggiungimento delle maggioranze previste dalla legge. Quando sono formate le classi, la maggioranza deve essere raggiunta anche nel maggior numero di esse. Nei concordati in continuità è possibile l’omologazione nonostante il dissenso di alcune classi, purché ricorrano le condizioni previste dalla legge per la c.d. ristrutturazione trasversale; in mancanza di tali requisiti, il piano non può essere omologato con questo meccanismo.

Presentazione della domanda e attività dell’OCC

La domanda va presentata tramite un OCC avente sede nel circondario del tribunale competente. Documento essenziale da allegare alla domanda è la relazione particolareggiata dell’OCC che deve indicare le cause dell’indebitamento e valutare la diligenza del debitore nell’assumere le obbligazioni, nonché esporre le ragioni della sua incapacità di adempiere.

In presenza di atti in frode ai creditori o di pendenza di azioni impugnatorie da parte dei creditori è inammissibile la presentazione della domanda. All’OCC spetta, inoltre, il compito di esprimere una valutazione sull’attendibilità e la completezza della documentazione depositata a corredo della domanda ma anche sulla fattibilità del piano. La relazione deve, altresì, indicare i costi presumibili della procedura.

L’OCC deve indicare nella relazione se il soggetto finanziatore abbia tenuto conto del merito creditizio del debitore al momento della concessione del finanziamento.

A carico dell’OCC grava un obbligo di comunicazione; infatti, entro sette giorni dal conferimento dell’incarico, deve darne notizia all’Agente della riscossione e agli Uffici fiscali competenti i quali, entro quindici giorni, devono comunicare il debito tributario accertato e gli eventuali accertamenti pendenti.

Omologazione del concordato minore

L’omologazione del concordato minore avviene con sentenza, previa verifica dell’ammissibilità della domanda, della fattibilità del piano e del raggiungimento delle maggioranze richieste.

In presenza di contestazioni, il giudice può omologare la proposta se il creditore riceve un trattamento non inferiore a quello ottenibile con la liquidazione controllata.

Il cram down fiscale consente di superare il mancato consenso dei creditori pubblici quando ne ricorrono i presupposti, ma non legittima abusi della procedura.

La Cassazione ha chiarito che non è obbligatoria la transazione fiscale prevista dall’articolo 88, pur dovendosi rispettare i principi sostanziali di tutela dei crediti tributari e previdenziali.

Se l’omologazione viene respinta, il giudice dichiara inefficaci le misure protettive e, su richiesta del debitore, può aprire la liquidazione controllata; il provvedimento è reclamabile.

Revoca della sentenza di omologazione

La revoca della sentenza di omologazione si colloca in una fase patologica del concordato, in quanto viene rimesso in discussione l’assetto definito con l’omologa.

Tale disposizione è stata modificata dal Correttivo-ter, a partire dall’individuazione dei soggetti legittimati alla presentazione della relativa istanza, includendo tra questi anche l’OCC ed eliminando la possibilità di revoca d’ufficio da parte del giudice.

Non sono cambiati, invece, i presupposti oggettivi in presenza dei quali può essere disposta la revoca. Sono: aumento o diminuzione del passivo con dolo o colpa grave; sottrazione o dissimulazione di una parte rilevante dell’attivo; dolosa simulazione di attività inesistenti o commissione di altri atti diretti a frodare le ragioni creditorie. Ed ancora: la mancata esecuzione integrale del piano e l’ipotesi in cui il piano sia divenuto inattuabile.

Per effetto dell’omologa, il concordato minore acquista efficacia obbligatoria nei confronti di tutti i creditori anteriori al decreto di apertura. In ipotesi di inadempimento, potrà valutarsi la proposizione dell’istanza di revoca nei casi di ‘mancata esecuzione integrale del piano’. Si ritiene che l’inadempimento deve essere rilevante.

La revoca del concordato minore può altresì essere richiesta qualora il piano sia divenuto ‘inattuabile e non sia possibile modificarlo’. Gli Uffici possono agire per la revoca qualora dovessero emergere le condotte fraudolente ‘atte a frodare le ragioni dei creditori’.

La domanda di revoca non può essere proposta decorso il termine di sei mesi dalla presentazione della relazione finale.

Liquidazione giudiziale e liquidazione controllata Liquidazione controllata

La liquidazione controllata del soggetto sovraindebitato è una procedura concorsuale avente natura non negoziale finalizzata alla monetizzazione dell’intero patrimonio pignorabile del debitore e all’impiego del ricavato per la soddisfazione dei creditori.

Possono accedervi i debitori in stato di sovraindebitamento, intendendosi per tali, i consumatori, i professionisti, gli imprenditori minori, gli imprenditori agricoli e le start up innovative.

L’avvio della procedura avviene su iniziativa del debitore in stato di sovraindebitamento, il quale propone ricorso al tribunale competente, chiedendo l’apertura della liquidazione controllata dei suoi beni. Anche un creditore può presentare la domanda, purché il debitore versi in stato di insolvenza. L’importante è che l’ammontare dei debiti scaduti e non pagati, risultanti dall’istruttoria, sia pari o superiore a 50 mila euro.

Qualora l’iniziativa provenga da un creditore nei confronti di un debitore persona fisica, quest’ultimo ha la possibilità di richiedere all’OCC un’attestazione comprovante l’impossibilità di acquisire attivo da distribuire ai creditori, neanche mediante l’esercizio di azioni giudiziarie. In tal caso, il debitore può sollevare tale eccezione, entro la prima udienza, producendo l’attestazione, relativo alla procedura di esdebitazione del sovraindebitato in capiente.

In mancanza di tale attestazione, il giudice può concedere un termine non superiore a 60 giorni per il deposito della stessa, purché il debitore dimostri di averne fatto tempestiva richiesta all’OCC. Diversamente, qualora la domanda sia presentata dal debitore persona fisica, l’apertura della liquidazione controllata è subordinata all’attestazione, da parte dell’OCC, della possibilità di acquisire attivo da destinare ai creditori, anche mediante l’esercizio di azioni giudiziarie.

Apertura della liquidazione controllata

Il tribunale dichiara l’apertura della liquidazione controllata con sentenza, previa verifica della sussistenza dei requisiti di legge e l’assenza di procedure alternative pendenti.

Il tribunale nomina il giudice delegato e il liquidatore, stabilisce i termini per la presentazione della domanda dei creditori, ordina la consegna dei beni e dispone la pubblicazione e la trascrizione della sentenza.

L’apertura comporta lo spossessamento del debitore, il divieto di azioni esecutive e cautelari individuali e il concorso dei creditori sul patrimonio liquidabile.

I contratti pendenti restano sospesi fino alla decisione del liquidatore di proseguirli o scioglierli, con specifiche conseguenze sui crediti delle parti.

Il liquidatore cura gli adempimenti della procedura, nel rispetto dei requisiti di imparzialità e indipendenza previsti dalla legge.

Azioni del liquidatore

Il liquidatore ha il potere di intraprendere, ovvero di proseguire, se già pendenti, tutte le azioni previste dall’ordinamento finalizzate all’acquisizione dei beni compresi nel patrimonio del debitore.

Tali poteri sono estesi alle azioni volte a far dichiarare l’inefficacia degli atti posti in essere dal debitore in danno dei creditori.

Rientrano in tale ambito le azioni revocatorie ordinarie, mediante le quali il liquidatore può ricostruire la garanzia patrimoniale compromessa da atti dispositivi pregiudizievoli.

Il giudice delegato autorizza l’esercizio o la prosecuzione delle azioni di cui sopra esclusivamente quando esse risultino utili ai fini del miglior soddisfacimento dei creditori.

Su proposta del liquidatore, al giudice delegato viene attribuito il potere di liquidare i compensi e di disporre, se necessario, l’eventuale revoca dell’incarico conferito ai soggetti di cui il liquidatore si sia avvalso nello svolgimento delle attività autorizzate.

Chiusura della procedura

La procedura si chiude con decreto motivato del tribunale. La norma indica espressamente i soggetti legittimati a richiedere la chiusura della procedura, individuandoli nel liquidatore, nel debitore e nel giudice che può procedere d’ufficio.

Il liquidatore, unitamente all’istanza di chiusura, è tenuto a depositare una relazione finale, nella quale deve dare conto di tutti gli atti o fatti rilevanti ai fini della concessione o del diniego dell’esdebitazione.

Con il decreto di chiusura il giudice, su istanza del liquidatore, autorizza il pagamento del compenso liquidato, nonché lo svincolo delle somme eventualmente accantonate nel corso della procedura.

Esdebitazione

Con l’istituto dell’esdebitazione il debitore si libera dall’obbligo di pagamento dei crediti rimasti insoddisfatti all’esito di una procedura di liquidazione giudiziale o di liquidazione controllata.

Si tratta di uno degli strumenti centrali di attuazione della finalità di recupero del debitore, consentendo ai soggetti meritevoli di beneficiare di una seconda possibilità, ripartendo da zero.

Rientrano nell’ambito dell’esdebitazione i crediti anteriori ammessi al passivo, quelli anteriori che avrebbero potuto partecipare al concorso ma non vi hanno preso parte, nonché i crediti derivanti dalla restituzione di beni oggetto di azioni revocatorie e assimilati ai crediti concorsuali.

Sono esclusidall’esdebitazione gli obblighi di mantenimento e alimentari, i debiti per il risarcimento dei danni da fatto illecito extracontrattuale, nonché le sanzioni penali e amministrative di carattere pecuniario che non siano accessorie a debiti estinti.

L’esdebitazione opera nei confronti dei creditori anteriori per fatto o causa che non abbiano partecipato al concorso ma solo per la parte eccedente la percentuale attribuita ai creditori di pari rango. Tali creditori possono agire, quindi, nei confronti del debitore esdebitato solo per il recupero di quella parte del credito che avrebbero presumibilmente percepito in sede di riparto, qualora avessero presentato la domanda di ammissione al passivo.

Una delle principali innovazioni introdotte dal Codice consiste nell'estensione dell’esdebitazione anche ai soggetti diversi dalle persone fisiche.

Il debitore ha diritto a conseguire l’esdebitazione decorso il termine di tre anni dall’apertura della procedura di liquidazione ovvero al momento della chiusura della procedura, Il termine di tre anni rappresenta una novità rispetto alla disciplina della legge fallimentare. Con il Codice il legislatore ha introdotto un limite temporale certo, idoneo a garantire l’effettività del fresh start e la possibilità di reinserimento nel mercato del debitore.

Il decorso del termine triennale non opera in modo automatico, dovendo essere accertata, da parte del giudice, la sussistenza delle condizioni sostanziali previste dagli articoli 280 e 282, comma 2.

Il diritto all’esdebitazione matura solo in presenza di una condotta conforme ai doveri di correttezza, trasparenza, e collaborazione previsti dal Codice.

Disposizioni in materia di esdebitazione nella liquidazione giudiziale

L’esdebitazione consente al debitore meritevole di liberarsi dai debiti residui non soddisfatti, purché abbia mantenuto una condotta corretta, leale e collaborativa prima e durante la procedura. Il tribunale verifica la sussistenza di specifiche condizioni negative e di un requisito positivo.

Cause ostative e requisiti:

  • lettera a) - Condanne penali: impediscono il beneficio le condanne definitive per bancarotta fraudolenta, delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio e altri reati connessi funzionalmente all’attività d’impresa. La semplice occasionalità non basta. La riabilitazione penale elimina la preclusione; in presenza di procedimenti penali pendenti per tali reati o di misure di prevenzione, la decisione sull’esdebitazione deve essere rinviata.
  • lettera b) - Condotte pregiudizievoli: escludono il beneficio la distrazione dell’attivo, l’esposizione di passività inesistenti, le condotte che causano o aggravano il dissesto rendendo difficile ricostruire il patrimonio e il ricorso abusivo al credito. Può rilevare anche la colpa grave.
  • lettera c) - Collaborazione: il debitore deve collaborare lealmente con gli organi della procedura, fornendo tutte le informazioni e i documenti necessari. Anche una condotta ostruzionistica o negligente può comportare il diniego.
  • lettera d) - Limite temporale: l’esdebitazione non può essere concessa se il debitore ne ha già beneficiato nei cinque anni precedenti la scadenza del termine per presentare la nuova istanza.
  • lettera e) - Limite massimo: il beneficio può essere ottenuto al massimo due volte; una terza concessione è sempre esclusa, indipendentemente dal tempo trascorso.

La disciplina, in attuazione della direttiva Insolvency, mira a favorire il recupero del debitore onesto, impedendo che l’esdebitazione sia concessa a chi abbia compromesso i diritti dei creditori o utilizzi ripetutamente l’istituto in modo strumentale.

Il procedimento per la concessione dell’esdebitazione nell’ambito della liquidazione giudiziale si svolge innanzi al tribunale che ha aperto la procedura principale. Il provvedimento ha natura costitutiva con effetti ex nunc.

L’onere di provare i presupposti positivi grava sul debitore istante, mentre spetta agli organi della procedura e ai creditori segnalare le cause ostative.

Il tribunale, su istanza del debitore e contestualmente alla pronuncia del decreto di chiusura della procedura, dichiara l’inesigibilità dei debiti concorsuali rimasti insoddisfatti. L’istanza del debitore deve essere comunicata dal curatore a tutti i creditori ammessi al passivo, i quali possono presentare osservazioni nel termine di 15 giorni.

Nell’ipotesi in cui siano trascorsi almeno tre anni dall’apertura della procedura senza che questa si sia ancora chiusa, il tribunale provvede allo stesso modo, consentendo al debitore di formulare l’istanza di esdebitazione anche in pendenza della liquidazione giudiziale.

Il decreto del tribunale va comunicato agli organi della procedura, al pm, al debitore e ai creditori ammessi al passivo non integralmente soddisfatti. Contro il decreto è ammesso il reclamo nel termine di 30 giorni.

L’esdebitazione non produce effetti sui giudizi in corso né sulle operazioni liquidatorie, anche posteriori alla chiusura della liquidazione giudiziale.

Disposizioni in materia di esdebitazione nella liquidazione controllata

Nella liquidazione controllata l’esdebitazione comporta l’inesigibilità dei debiti residui, previa verifica giudiziale dei requisiti previsti dalla legge.

Procedimento: il beneficio è concesso alla chiusura della procedura o anticipatamente, dopo tre anni dalla sua apertura, con decreto motivato del tribunale, su richiesta del debitore o segnalazione del liquidatore. I creditori possono presentare osservazioni entro 15 giorni dalla comunicazione dell’istanza. Il decreto viene pubblicato e comunicato agli interessati.

Condizioni ostative: oltre ai requisiti dell’articolo 280 del Codice della crisi, l’esdebitazione è esclusa in caso di condanna definitiva per i reati previsti dall’articolo 344 o se il sovraindebitamento è stato causato con colpa grave, malafede o frode. Anche la sentenza di patteggiamento può costituire una causa ostativa, salvo riabilitazione o altre cause di esclusione della preclusione.

Effetti e impugnazioni: l’esdebitazione non pregiudica i giudizi pendenti né le operazioni liquidatorie. Il decreto di concessione o di diniego è comunicato al debitore e ai creditori, che possono proporre reclamo entro 30 giorni.

Gli Uffici devono verificare le eventuali condanne ostative e valutare complessivamente la condotta del debitore, considerando le modalità di formazione dell’indebitamento, la collaborazione prestata durante la procedura e l’eventuale presenza di colpa grave, malafede o frode.

Esdebitazione del sovraindebitato incapiente

L’istituto dell’esdebitazione del sovraindebitato incapiente è una novità nella disciplina del sovraindebitamento. La procedura è destinata esclusivamente al debitore persona fisica meritevole che non sia in grado di offrire ai creditori alcuna utilità, neanche in prospettiva futura.

L’esdebitazione dell’incapiente, pertanto, si configura come uno strumento di chiusura della crisi, non come misura eccezionale o premiale. Si tratta di un rimedio strutturale per situazioni di incapacità economica irreversibile.

Il suo presupposto fondamentale risiede nella totale assenza di utilità destinabili ai creditori. A tutela di questi ultimi è però previsto che, qualora entro tre anni dal decreto del giudice sopravvengano utilità ulteriori idonee a consentire un soddisfacimento dei creditori, il debito torna esigibile.

Per definire incapiente il debitore occorre una valutazione complessiva e sostanziale della situazione economico-patrimoniale dello stesso. Gli Uffici devono procedere ad una verifica concreta, rilevando l’eventuale esistenza di risorse ulteriori, patrimoniali o reddituali, anche indirette o solo apparentemente riferibili a terzi, che possano consentire una, sia pure minima, soddisfazione del ceto creditorio.

È escluso l’accesso all’esdebitazione dell’incapiente in presenza di un precedente fallimento o di una liquidazione giudiziale riferita alla medesima esposizione debitoria. Dunque, l’esdebitazione del sovraindebitato incapiente non può essere utilizzata come rimedio surrogatorio dell’esdebitazione conseguente alla liquidazione giudiziaria.

Sul piano procedimentale, l’esdebitazione dell’incapiente non opera di diritto, ma è concessa con decreto del tribunale. La domanda va presentata dall’OCC al giudice competente allegando l’elenco completo dei creditori, le dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni e l’indicazione delle entrate del debitore e dei componenti del nucleo familiare.

La relazione dell’OCC deve ricostruire le cause dell’indebitamento ed esporre le ragioni dell’incapacità di adempiere. Effettuati i controlli il giudice concede con decreto l’esdebitazione.

L’OCC, nei tre anni successivi al deposito del decreto che concede l’esdebitazione, è tenuto a vigilare sulla tempestività del deposito della dichiarazione annuale e a verificare l’eventuale sopravvenienza di utilità ulteriori. Qualora dovessero emergere, ne dà comunicazione ai creditori per le eventuali azioni esecutive e cautelari.

La concessione dell’esdebitazione dell’incapiente presuppone non soltanto l’assenza di utilità, ma anche una condotta del debitore, improntata a correttezza, trasparenza e buona fede.

Recentemente la giurisprudenza ha precisato i confini dell’istituto chiarendo che l’esdebitazione dell’incapiente non è finalizzata alla ristrutturazione del debito, né alla sua falcidia e che si sostanzia in una dichiarazione di inesigibilità dei debiti, rimessa a un rigoroso vaglio della condotta del debitore.

Per accedere all’istituto in parola è centrale la buona fede e questo trova conferma nella giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea la quale ha riconosciuto agli Stati membri la facoltà di negarne l’accesso in presenza di condotte disoneste. La colpa grave non può essere desunta dalla prevalenza del debito tributario o dal protrarsi dell’inadempimento.

La meritevolezza deve essere valutata considerando complessivamente le cause dell’indebitamento, la disponibilità e la destinazione delle risorse, l’eventuale aggravamento consapevole della situazione debitoria e gli ulteriori elementi rilevanti per la ricostruzione della condotta del debitore, distinguendo le condotte caratterizzate da macroscopica imprudenza dalle situazioni di effettiva incapacità di pagamento derivanti da circostanze oggettive e documentate.


(Vedi circolare n. 9 del 2026)

Istituzione del codice tributo per il versamento delle somme dovute a seguito delle comunicazioni inviate ai sensi dell’art. 54-bis 1 del Dpr 633/1972

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 34/E del 30 settembre 2026, ha istituito quattro nuovi codici tributo per il pagamento, tramite il modello F24, degli importi dovuti a seguito delle comunicazioni inviate ai sensi dell’articolo 54-bis 1 del Dpr n. 633/1972

Con la legge n. 199/2025 il legislatore ha previsto che l’Agenzia delle Entrate può procedere, in caso di omessa presentazione della dichiarazione annuale dell’Iva, alla liquidazione dell’imposta, anche avvalendosi delle procedure automatizzate, sulla base delle fatture elettroniche emesse e ricevute, dei corrispettivi telematici trasmessi e degli elementi desumibili dalle comunicazioni dei dati delle liquidazioni periodiche.

Quando dai controlli eseguiti emerge un’imposta da versare, l’esito della liquidazione viene comunicato al contribuente che, nei successivi 60 giorni, ha la possibilità di segnalare eventuali dati o elementi non considerati, o valutati erroneamente, nella liquidazione e fornire i chiarimenti necessari. In alternativa può provvedere al versamento dell’imposta dovuta, unitamente agli interessi e alle sanzioni.

Per il pagamento delle somme dovute non è possibile avvalersi della compensazione prevista dal decreto legislativo n. 241/1997.

Il Direttore dell’Agenzia delle Entrate, con il provvedimento del 28 agosto scorso, ha stabilito che ai fini del pagamento, da effettuare mediante modello F24, oltre a non poter avvalersi della compensazione, non è possibile ricorrere alla rateazione.

Per consentire il versamento degli importi in parola, il documento di prassi amministrativa istituisce il codice tributo ‘9005’ denominato ‘Art. 54-bis. 1 Dpr 633/1972 Liquidazione dichiarazioni Iva omesse’.

La risoluzione istituisce, inoltre, altri codici tributo da utilizzare nel caso in cui il contribuente, destinatario delle predette comunicazioni, non intenda versare l’importo richiesto, riportato nel modello di pagamento F24 precompilato allegato alle comunicazioni, ma intenda corrispondere solo una quota.

In questi casi si potranno utilizzare tre distinti codici tributo: ‘95AA’ per l’imposta, ‘95BB’ per gli interessi e ‘95CC’ per le sanzioni.


(Vedi risoluzione n. 34 del 2026)

Istituzione dei codici tributo per il versamento delle somme dovute a seguito delle comunicazioni inviate ai sensi dell’art. 36-bis del Dpr 600/1973

Con la risoluzione n. 35/E del 1°ottobre 2026 l’Agenzia delle Entrate ha istituito una serie di codici tributo per consentire il versamento, tramite i modelli F24 e F24 Enti pubblici, delle somme dovute a seguito delle comunicazioni inviate ai sensi dell’articolo 36 bis del Dpr n. 600/1973.

I nuovi codici sono utilizzabili nell’eventualità in cui il contribuente, destinatario della comunicazione inviata ai sensi dell’articolo 36-bis del Dpr n. 600/1973, non intenda versare l’importo complessivamente richiesto, riportato nel modello F24 precompilato allegato alla comunicazione, ma intenda corrisponderne una quota.

Per agevolare i contribuenti a individuare l’esatta codifica, l’Agenzia riporta nella tabella, in corrispondenza dei nuovi codici, quelli già istituiti (vedi terza colonna), utilizzati per il versamento spontaneo. Si rimanda alla risoluzione per l’individuazione dei nuovi codici tributo.


(Vedi risoluzione n. 35 del 2026)

Disciplina del Concordato preventivo biennale

Con la circolare n. 8/E del 6 ottobre 2026 l’Agenzia delle Entrate illustra agli Uffici la disciplina del Concordato preventivo biennale a seguito delle recenti modifiche apportate dal decreto legislativo n. 148 del 7 agosto 2026.

La presente circolare, che sostituisce le precedenti varate sul tema, ha l’obiettivo di trattare in modo sintetico tutti gli elementi che caratterizzano l’istituto. Il documento si sofferma in particolare sulle novità legislative emanate in corso d’anno.

Il decreto legislativo n. 148, meglio noto come decreto Omnibus, ha modificato una serie di articoli del decreto legislativo 12 febbraio 2024 n. 13 (decreto Cpb) intervenendo sui requisiti per l’accesso al concordato e relative cause di esclusione, sul rinnovo del concordato, sulla rilevanza delle basi imponibili concordate, sulla determinazione degli acconti, sulla cessazione del concordato e, da ultimo, sulla decadenza da concordato.

L’articolo 28 del decreto Omnibus si sofferma, invece, sugli aspetti del funzionamento del patto con il fisco che troveranno applicazione a partire dalle adesioni al concordato per il biennio 2026-2027.

Per le adesioni relative ai periodi d’imposta precedenti (2024-2025 e 2025-2026) continuano a trovare applicazione le misure vigenti prima delle modifiche apportate dal decreto Omnibus.

Nell’Appendice allegata alla circolare sono consultabili i chiarimenti delle Entrate in risposta ai quesiti e Faq, formulati dalla stampa specializzata o da organismi rappresentativi di categorie di operatori economici.

Con il Concordato preventivo biennale i contribuenti che applicano gli indici sintetici di affidabilità (ISA) hanno la possibilità di fare un accordo con il Fisco. A seguito di questo accordo, l’Agenzia delle Entrate formula una proposta per la definizione biennale del reddito derivante dall’esercizio dell’attività d’impresa o dall’esercizio di arti e professioni, ai fini delle imposte sui redditi e del valore della produzione netta, rilevante ai fini dell’Irap.

Il Concordato biennale costituisce uno strumento con il quale l’Amministrazione finanziaria cambia prospettiva spostandosi da una dimensione di controllo ad una di cooperazione preventiva con il contribuente.

L’istituto si articola in due fasi. Nella prima, improntata a criteri di trasparenza, l’Agenzia, sulla base dei dati dichiarati, delle risultanze ISA, delle informazioni presenti nelle banche dati della PA e delle proiezioni economiche settoriali, formula una proposta di reddito e di valore della produzione netta per i due anni successivi. La proposta di concordato può essere accolta dal contribuente o meno. Nel primo caso, si impegna a dichiarare quegli importi indipendentemente dai risultati effettivamente realizzati nel biennio.

In base a questo accordo, se il reddito reale sarà superiore a quello concordato, il contribuente beneficerà di un vantaggio oggettivo; se, invece, sarà minore il contribuente dovrà in ogni caso rispettare gli obblighi fiscali previsti dal concordato.

L’articolo 8 del decreto legislativo 12 febbraio 2024 n. 13 dispone che l’Agenzia delle Entrate, entro il 15 aprile di ciascun anno, metta a disposizione dei contribuenti o degli intermediari appositi programmi informatici per l’acquisizione dei dati necessari per l’elaborazione della proposta di concordato biennale. Per il solo anno 2026 il decreto fiscale 2026 ha posticipato, dal 15 aprile al 15 maggio, il termine entro cui mettere a disposizione il software per aderire alla proposta del Fisco.

La proposta va accettata entro il 30 settembre ovvero entro l’ultimo giorno del nono mese successivo a quello di chiusura del periodo d’imposta per i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare. Per il biennio 2026-2027 il termine per aderire alla proposta di concordato è differito al 31 ottobre.

Naturalmente il processo di calcolo della proposta è improntato a criteri di trasparenza, in quanto si basa sui dati dichiarati dal contribuente e tiene conto delle modalità di calcolo definite, per le proposte relative al biennio 2026-2027, dal decreto del Mef dell’11 maggio 2026. Proprio il decreto in parola dispone che la proposta di maggior reddito per il periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2026, relativa ai redditi di impresa e di lavoro autonomo oggetto di concordato, elaborata tenendo conto di quelli dichiarati per il periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2025, corrisponda al 50% del maggiore reddito individuato per il successivo periodo d’imposta 2027.

Il decreto legge n. 38/2026 ha modificato il decreto Cpb introducendo limiti alle proposte di concordato anche per i contribuenti con punteggi di affidabilità più bassi. Tali limiti sono fissati nella misura del 30% per i contribuenti con punteggi ISA pari o superiore a 6 e inferiore a 8 e del 35% per i contribuenti con punteggi ISA inferiore a 6.

A seguito della modifica normativa, gli attuali limiti fissati per la proposta di concordato non possono superare la misura del:

  1. 10% in caso di punteggio ISA pari a 10;
  2. 15% in caso di punteggio ISA pari o superiore a 9 ma inferiore a 10;
  3. 25% in caso di punteggio ISA pari o superiore a 8 ma inferiore a 9;
  4. 30% in caso di punteggio ISA pari o superiore a 6 ma inferiore a 8;
  5. 35% in caso di punteggio ISA pari o superiore a 1 ma inferiore a 6.

Queste soglie non trovano applicazione nel caso in cui la proposta di concordato risulti inferiore ai valori di riferimento settoriali derivanti dall’applicazione della metodologia di elaborazione prevista dal comma 1 dell’articolo 9.

Requisiti di accesso al concordato e cause di esclusione

Come dispone l’articolo 10 del decreto Omnibus possono accedere all’istituto del concordato preventivo biennale i contribuenti titolari di reddito d’impresa o di reddito derivante dall’esercizio di arti e professioni tenuti all’applicazione degli ISA. Sono pertanto esclusi i soggetti che esercitano un’attività d'impresa o di lavoro autonomo per la quale non risultano approvati gli ISA.

Sempre l’articolo 10 del decreto Omnibus impedisce l’accesso al concordato in presenza di debiti maturati in anni precedenti per tributi amministrati dall’Agenzia delle Entrate o debiti per contributi previdenziali. Deve trattarsi di debiti scaturenti dalla notifica degli atti precedentemente indicati che, nel caso di concordato per gli anni d’imposta 2026 e 2027, siano divenuti definitivi al 31 dicembre 2025 in base a sentenza passata in giudicato o perché non più impugnabili.

Ai fini della determinazione della soglia di 5 mila euro relativa al debito residuo, vanno considerati complessivamente sia i debiti contributivi che quelli per tributi amministrati dall’Agenzia delle Entrate. Non concorrono, invece i debiti oggetto di provvedimenti di sospensione o di rateazione.

La verifica della situazione debitoria va condotta con riferimento all’anno precedente a quello oggetto della proposta di concordato.

L’articolo 11 del decreto Cpb disciplina le cause di esclusione dall’accesso all’istituto, individuando una serie di condizioni ostative che, in presenza dei presupposti previsti dalla norma, impediscono al contribuente di aderirvi.

Le condizioni ostative di accesso all’istituto sono riferibili:

  1. eventi relativi al triennio precedente i periodi d’imposta oggetto di concordato;
  2. eventi relativi al periodo d’imposta precedente quello oggetto di concordato;
  3. eventi che si verificano nel primo periodo d’imposta oggetto di concordato;
  4. ulteriori casistiche.

Rientrano nel raggruppamento sub a) le seguenti condizioni ostative che si riferiscono a eventi relativi al triennio precedente:

  • non aver presentato la dichiarazione dei redditi in relazione ad almeno uno dei tre periodi d’imposta precedenti a quello di applicazione del concordato, in presenza dell’obbligo di effettuare tale adempimento.
  • aver riportato una condanna per uno dei reati previsti dal decreto legislativo 10 marzo 2000 n. 74, dall’articolo 2621 c.c., nonché dagli articoli 648-bis, 648-ter e 648-ter.1 del Codice penale, commessi negli ultimi tre periodi d’imposta antecedenti a quelli di applicazione del concordato.

La relazione illustrativa all’articolo 11 del decreto Cpb chiarisce che l’accesso al concordato è precluso solo in ipotesi di condanna con sentenza irrevocabile. L’esclusione dall’accesso al Cpb opera nel caso in cui, con la sentenza di patteggiamento, sia stata irrogata una pena superiore ai due anni di pena detentiva; al di sotto di tale soglia la causa di esclusione non opera.

Al momento dell’accettazione della proposta di concordato va resa la dichiarazione relativa all’assenza di condanne. Naturalmente in caso di dichiarazioni mendaci trovano applicazione le sanzioni penali di cui all’articolo 76 del Dpr n. 445/2000.

La tipologia di condizioni ostative di cui al raggruppamento sub b) è riferibile a un’unica fattispecie e riguarda il periodo d’imposta precedente a quelli cui si riferisce la proposta di concordato. L’articolo 11 del decreto Cpb afferma che non possono accedere al concordato i contribuenti che, con riferimento al periodo d’imposta precedente a quelli cui si riferisce la proposta, hanno conseguito, nell’esercizio d’impresa o di arti e professioni, redditi o quote di redditi esenti, esclusi o non concorrenti alla base imponibile, in misura superiore al 40% del reddito derivante dall’esercizio d’impresa, o di arti e professioni.

Il raggruppamento sub c) di cause di esclusione riguarda situazioni che possono verificarsi nel corso del primo periodo d’imposta oggetto del concordato, ossia:

  • l’adesione al regime forfetario;
  • per le società o gli enti, l’essere stati interessati da operazioni di fusione, scissione o conferimento, ovvero, per le società o le associazioni di cui all’art. 5 del Tuir, l’essere state interessate da modifiche della compagine sociale che ne aumentano il numero dei soci o degli associati, fatto salvo il subentro di due o più eredi in caso di decesso del socio o associato.

Il raggruppamento sub d) riguarda due cause di esclusione che possono verificarsi qualora non si realizzino alcune condizioni, in particolare:

  1. i titolari di reddito di lavoro autonomo che, nel periodo d’imposta precedenti a quelli cui si riferisce la proposta di concordato, partecipano contemporaneamente a un’associazione di cui all’art. 5 del Tuir o a una società tra professionisti, ovvero a una società tra avvocati. In tal caso è prevista l’esclusione dal concordato sia per il titolare di reddito di lavoro autonomo laddove non aderisca al medesimo concordato anche l’associazione, la STP o la STA partecipata.
  2. la facoltà di aderire al concordato risulta preclusa ove tutti i soci dell’ente associativo, della STP o della STA non aderiscano al patto, nei medesimi periodi d’imposta.

L’articolo 28 del decreto Omnibus è intervenuto anche:

  • sulla lettera b-quater) dell’articolo 11 stabilendo che, nelle sole ipotesi di rinnovo dell’adesione al concordato, non sussiste una causa di esclusione in caso di ingresso di soci o associati che nell’anno precedente hanno percepito redditi di lavoro dipendente e redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente, di cui rispettivamente agli articoli 49 e 50 del Tuir, ovvero abbiano conseguito reddito d’impresa o di lavoro autonomo per importi complessivamente non superiori a 35 mila euro;
  • sulle lettere b-quinquies) e b-sexies) del medesimo articolo 11, disponendo che laddove le associazioni e società tra professionisti o avvocati esercitino attività economiche non riconducibili a quelle del medesimo ISA applicato individualmente dal socio o dall’associato, non si configura alcuna ipotesi di esclusione.

Ambito oggettivo del Concordato

Una volta che la proposta di concordato viene accettata questa definisce per il successivo biennio il reddito di impresa, di lavoro autonomo e la base imponibile Irap. Resta esclusa l’Iva che continua ad applicarsi secondo le ordinarie disposizioni. I redditi oggetto di concordato sono definiti sulla base di quanto disposto dagli articoli 15 e 16 del decreto Cpb.

Per quanto riguarda i soggetti esercenti arti e professioni il reddito di lavoro autonomo rilevante ai fini delle imposte sui redditi, proposto al contribuente ai fini del concordato, non considera: plusvalenze e minusvalenze; redditi relativi a partecipazioni in società di persone e associazioni; corrispettivi percepiti a seguito di cessione della clientela o di elementi immateriali, riferibili all’attività artistica o professionale; maggiorazione del costo del lavoro.

Per i redditi da lavoro autonomo, il saldo netto tra il reddito concordato e le componenti reddituali sopra citate non può essere inferiore a 2 mila euro.

Per i soggetti che esercitano attività d’impresa, il reddito proposto al contribuente ai fini del concordato, è individuato con riferimento all’art. 56 del Tuir e per quanto riguarda i contribuenti soggetti all’Irap all’art. 66 del medesimo testo unico, senza considerare i valori relativi a: plusvalenze e sopravvenienze attive; minusvalenze, sopravvenienze passive e perdite su crediti; utili o perdite derivanti da partecipazioni in soggetti di cui all’art. 5 del Testo unico o in un Gruppo europeo di interesse economico; la maggiorazione del costo del lavoro ; la maggiorazione delle quote di ammortamento e dei canoni di locazione finanziaria.

Le perdite fiscali conseguite dal contribuente nei periodi d’imposta precedenti l’adesione al concordato preventivo biennale riducono il reddito concordato. Il saldo netto tra il reddito d’impresa concordato e le componenti reddituali sopra indicate non può essere inferiore a 2 mila euro.

Per quanto riguarda l’Irap, l’oggetto del concordato è il valore della produzione netta (VPN). Ai fini della definizione del valore della produzione oggetto del concordato, il VPN va considerato al netto anche delle spese per il personale e delle altre deduzioni in base alle regole di cui all’art. 11 del decreto Irap. In sede di compilazione della proposta di adesione deve essere dichiarato il VPN relativo al periodo precedente l’inizio del biennio.

Anche per l’Irap, come per i redditi di lavoro autonomo e d’impresa, il saldo netto tra il VPN oggetto di concordato e le componenti sopra richiamate non può assumere un valore inferiore a 2 mila euro.

Il contribuente che accetta la proposta delle Entrate si impegna a dichiarare sia gli importi concordati sia quelli effettivi, relativi ai due periodi d’imposta oggetto del concordato stesso.

Cause di cessazione del Concordato

Gli articoli 19 e 21 del decreto Cpb individuano le fattispecie al ricorrere delle quali il concordato cessa di avere efficacia. Questo avviene al verificarsi, in uno dei periodi di imposta in cui è vigente, di particolari situazioni che incidono sui presupposti in base ai quali era stato stipulato in precedenza l’accordo tra fisco e contribuente.

Si tratta dei seguenti casi: cessazione o modifica dell’attività; presenza di circostanze eccezionali che hanno determinato la contrazione delle basi imponibili in misura superiore al 30% rispetto a quelle oggetto di concordato; adesione al regime forfetario; operazioni di fusione, scissione o conferimento effettuate da società o enti; dichiarazioni di ricavi di ammontare superiore a l limite previsto dal decreto di approvazione o revisione dei relativi ISA maggiorato del 50%;

Gli effetti del concordato cessano nei confronti del contribuente che modifichi l’attività svolta nel corso del biennio oggetto di concordato rispetto a quella esercitata nel periodo d’imposta precedente il biennio medesimo e sulla base della quale è stata formulata la proposta.

La cessazione non si verifica se per la nuova attività è previsto un codice Ateco che comporti l’applicazione del medesimo indice sintetico di affidabilità fiscale.

Sempre il decreto Cpb prevede che, in presenza di circostanze eccezionali che determinino minori redditi o minori valori della produzione netta, eccedenti la misura del 30% rispetto a quelli oggetto del concordato, quest’ultimo cessa di produrre effetti a partire dal periodo d’imposta in cui tale differenza si realizza. Le circostanze eccezionali sono caratterizzate da eventi calamitosi per i quali è stato dichiarato lo stato di emergenza ed altri eventi di natura straordinaria che hanno comportato danni ai locali destinati all’attività d’impresa, danni alle scorte di magazzino, la sospensione dell’attività o dell’esercizio della professione.

L’adesione al regime forfetario effettuata dal contribuente nei periodi d’imposta oggetto di concordato determina una distorsione delle logiche applicative del concordato. In assenza di una causa di cessazione, infatti, il contribuente potrebbe aderire al concordato in qualità di soggetto ISA e poi transitare nel regime dei contribuenti forfetari, beneficiando di un regime fiscale differente da quello sulla base del quale era stata effettuata e accettata la proposta di concordato.

Qualora nel corso di applicazione del concordato, la società o l’ente risulti interessato da operazioni di fusione, scissione, conferimento o l’associazione sia interessata da modifiche alla compagine sociale, il concordato cessa di avere efficacia a partire dal periodo d’imposta nel quale si verifica tale ipotesi. Tra le cause di cessazione del concordato biennale rientra anche la cessione del ramo d’azienda.

Il decreto Omnibus all’articolo 28 ha apportato modifiche all’articolo 21 del decreto Cpb in materia di cause di cessazione. Le modifiche trovano applicazione a decorrere dal biennio d’imposta 2026-2027. Il legislatore è intervenuto sulle cause di cessazione stabilendo che, in ipotesi di rinnovo dell’adesione al concordato, sono fatte salve le eventuali modifiche alla compagine sociale, in caso di ingresso di soci o associati che nell’anno precedente abbiano percepito redditi di lavoro dipendente e redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente o abbiano conseguito reddito d’impresa o di lavoro autonomo per importi complessivamente non superiori a 35 mila euro. Inoltre il legislatore ha disposto che non si configurano le ipotesi di cessazione laddove le associazioni e le società tra professionisti o tra avvocati esercitino attività economiche non riconducibili a quelle del medesimo ISA applicato individualmente dal socio o dall’associato.

Cause di decadenza (articolo 22)

L’articolo 22 del decreto Cpb dispone che il contribuente decade dal concordato al verificarsi di fatti ritenuti potenzialmente sintomatici di comportamenti poco affidabili. Il legislatore ha individuato una serie di casi riconducibili alla fedeltà dei dati indicati all’interno dei modelli dichiarativi. Il primo è l’esistenza di attività non dichiarate o l’inesistenza o l’indeducibilità di passività dichiarate, per un importo superiore al 30% dei ricavi dichiarati e la commissione di altre violazioni di non lieve entità. Altre ipotesi sono: dati che comportano una quantificazione diversa dei redditi o del VPN a seguito di modifica o integrazione della dichiarazione dei redditi; dati non corrispondenti a quelli comunicati ai fini della definizione della proposta di concordato; risultano insussistenti le condizioni necessarie per accedere al concordato; omesso versamento degli importi dovuti.

Sappiamo che il legislatore è intervenuto con il decreto Omnibus apportando modifiche all’articolo 22 del decreto Cpb. Si tratta di modifiche che decorrono a partire dalle adesioni per il concordato preventivo biennale 2026-2027.

Ferma restando l’ipotesi di decadenza ‘ a seguito di accertamento, nei periodi di imposta oggetto di concordato o in quello precedente’ da cui ‘risulta l’esistenza di attività non dichiarate o l’inesistenza o l’indeducibilità di passività dichiarate, per un importo superiore al 30% dei ricavi o compensi dichiarati’, le ipotesi riguardanti gli errori od omissioni nei dati comunicati nella dichiarazione dei redditi ai fini della definizione della proposta di concordato e l’eventuale modifica o integrazione della stessa dichiarazione, non comportano più la decadenza dal concordato senza alcuna possibilità di rimedio; in base alla nuova disciplina tali violazioni comportano ora la decadenza dal concordato solo a seguito di notifica di atto di accertamento e a patto che il reddito o il valore netto della produzione siano superiore di almeno il 30% rispetto al reddito o al valore netto della produzione concordata.

La nuova formulazione delle ipotesi di decadenza è coerente con quanto previsto dal nuovo comma 3-bis dell’articolo 19 che prevede la possibilità, da parte del contribuente, di regolarizzare le violazioni dichiarative o relative alla comunicazione dei dati ai fini della definizione della proposta di concordato, mediante integrazione della dichiarazione dei redditi e il ricorso all’istituto del ravvedimento operoso.

Con riferimento alle violazioni di carattere penale e a quelle che riguardano la comunicazione dei dati ISA, la constatazione della violazione o comunque l’inizio di accessi, ispezioni o verifiche di cui l’autore o i soggetti solidalmente obbligati abbiano avuto formale conoscenza, comporta l’irrilevanza, ai fini della decadenza, dell’eventuale regolarizzazione mediante ravvedimento operoso e, di conseguenza, restano dovute le imposte i contributi determinati tenendo conto del reddito e del VPN concordati se maggiori di quelli effettivamente conseguiti. Diversamente, il ricorso all’istituto del ravvedimento operoso per rimuovere errori od omissioni relativi ai ricavi, compensi o altri dati indicati nella dichiarazione dei redditi o comunicati ai fini della definizione della proposta di concordato, non determina la decadenza dal concordato stesso, sempreché non vi sia stata la notifica di atti di liquidazione e di accertamento.

Inoltre, il decreto Omnibus ha eliminato dalle cause di decadenza dal concordato l’ipotesi in base alla quale il concordato cessa di produrre effetto per entrambi i suoi periodi d'imposta nei casi in cui ricorre una delle cause di esclusione di cui all’articolo 11.

Rinnovo del concordato

L’articolo 14 del decreto Cpb prevede che, decorso il biennio oggetto di concordato, il contribuente che abbia mantenuto i requisiti per accedere all’istituto e nei cui confronti non siano insorte cause di esclusione, possa aderire ad un nuovo patto con il Fisco.

Dunque, il contribuente che ha aderito al concordato per i periodi d’imposta 2024-2025 può aderire ad una nuova proposta di concordato biennale, relativa al biennio 2026-2027. Analogamente chi ha aderito al concordato per i periodi d’imposta 2025-2026 può aderire ad una nuova proposta per il biennio successivo, ovvero per il periodo d’imposta 2027-2028.

In caso di rinnovo del concordato, i contribuenti che hanno aderito alla proposta per il biennio 2024-2025 e che intendono rinnovarlo per il biennio 2026-2027 devono dichiarare, nel relativo modello, il reddito e il VPN effettivi, rettificati, relativi all’ultimo anno del biennio concordato. Al riguardo è bene ricordare che chi ha già aderito al concordato per il biennio 2024-2025 e intende rinnovare l’adesione non può dichiarare ulteriori componenti positivi al fine di raggiungere il punteggio di affidabilità fiscale relativo all’anno d’imposta 2025.

L’articolo 14 del decreto Cpb è stato modificato dall’articolo 28 del decreto Omnibus per potenziare gli effetti premiali derivanti dal regime del concordato per i contribuenti che abbiano aderito a tale istituto per il biennio precedente e intendano rinnovare l’adesione per un ulteriore biennio.

In caso di rinnovo del concordato sono riconosciuti i seguenti benefici:

  • esonero dall’apposizione del visto di conformità per la compensazione di crediti per un importo non superiore a 100 mila euro annui relativamente all’Iva e per un importo non superiore a 70 mila euro annui relativamente alle imposte dirette e all’Irap, in luogo delle soglie, rispettivamente pari a 70 mila euro e 50 mila euro, previste dal decreto ISA;
  • esonero dall’apposizione del visto di conformità ovvero dalla prestazione della garanzia per i rimborsi dell’Iva per un importo non superiore a 100 mila euro annui, in luogo della soglia pari a 70 mila euro prevista dal decreto ISA;
  • anticipazione di due anni, anziché di almeno uno, dei termini di decadenza per l’attività di accertamento, con riferimento al reddito di impresa e di lavoro autonomo.

Per i contribuenti che decidono di rinnovare l’adesione al biennio 2026-2027 è prevista la possibilità di rateizzare gli importi dovuti a titolo di saldo e acconto delle imposte senza interessi.

Nell’ambito delle modifiche introdotte dal decreto Omnibus, l’articolo 29 ha previsto la possibilità di accedere all’istituto del ravvedimento speciale delle annualità pregresse (dal 2020 al 2023), mediante il versamento di un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi, delle relative addizionali e dell’Irap.

Rilevanza delle basi imponibili concordate

L’articolo 19 del decreto Cpb individua i termini dell’accordo tra le parti, con cui si definisce preventivamente il quantum della pretesa tributaria attraverso l’accettazione, da parte del contribuente, della proposta di concordato.

A seguito dell’accettazione della proposta di concordato e del corretto adempimento degli obblighi contabili e dichiarativi, gli eventuali maggiori o minori redditi, anche in caso di perdita, nonché i maggiori o minori valori della produzione conseguiti nei periodi d’imposta oggetto del concordato, non potranno influire sul quantum della pretesa tributaria preventivamente concordata.

Il contribuente ha comunque la possibilità di versare i contributi sul reddito effettivo se di importo superiore a quello concordato. Inoltre, in presenza di circostanze eccezionali che determinino minori redditi effettivi o minori valori della produzione netta effettivi, eccedenti la misura del 30% rispetto a quelli oggetto del concordato, quest’ultimo cessa di produrre effetti a partire dal periodo di imposta in cui tale differenza si realizza.

A decorrere dal biennio d’imposta 2026-2027 il decreto Omnibus ha modificato l’articolo 19 del decreto Cpb prevedendo che in caso di modifica o integrazione della dichiarazione dei redditi per rimuovere errori od omissioni relativi ai ricavi, compensi o altri dati indicati nella dichiarazione dei redditi o comunicati ai fini della definizione della proposta di concordato, il reddito il valore netto della produzione concordati sono rideterminati sulla base dei dati modificati o integrati. Le sanzioni correlate alle violazioni sono definibili mediante ricorso al ravvedimento operoso.

Le modifiche all’articolo 19 del decreto Omnibus hanno la finalità di riorganizzare, razionalizzandole, le casistiche che comportano la decadenza dal concordato preventivo biennale derivanti da infedeltà dichiarative, introducendo la regola generale in base alla quale gli errori o le omissioni relativi ai dati contenuti nella dichiarazione dei redditi o comunicati nella proposta di concordato non comportano la decadenza dal concordato medesimo, laddove gli stessi siano regolarizzati mediante la presentazione di una dichiarazione integrativa e le correlate sanzioni siano definite mediante l’istituto del ravvedimento operoso.

In tali casi, il contribuente, mediante i medesimi strumenti (dichiarazione integrativa e ravvedimento operoso), ove necessari, comunica e ridetermina il reddito o il VPN concordati sulla base dei dati modificati o integrati, e definisce le relative sanzioni.

In questo modo, l’accordo a cui si è prestata adesione nei termini di cui all’articolo 9 del decreto Cpb viene allineato ai dati indicati dal contribuente nella dichiarazione integrativa presentata ai fini del ravvedimento operoso, evitando, quindi, che lo stesso contribuente resti vincolato a un reddito o un valore della produzione concordati sulla base di dati non corretti.

Determinazione degli acconti

L’articolo 20 del decreto Cpb ha introdotto una modalità semplificata di calcolo degli acconti relativi ai periodi d’imposta oggetto di concordato. Per il primo periodo d’imposta di adesione al concordato:

  1. se l’acconto delle imposte sui redditi è determinato sulla base dell’imposta relativa al periodo precedente è dovuta una maggiorazione di importo pari al 10% della differenza, se positiva, tra il reddito concordato e quello d’impresa o di lavoro autonomo dichiarato per il periodo precedente, rettificato secondo quanto previsto dagli articoli 15 e 16 del decreto Cpb;
  2. se l’acconto dell’Irap è determinato sulla base dell’imposta relativa al periodo precedente, è dovuta una maggiorazione di importo pari al 3% della differenza, se positiva, tra il VPN concordato e quello dichiarato per il periodo precedente, rettificato secondo quanto previsto dall’articolo 17 del decreto Cpb;
  3. se l’acconto è determinato sulla base dell’imposta relativa al periodo in corso, la seconda rata di acconto è calcolata come differenza tra l’acconto complessivamente dovuto in base al reddito e al VPN concordato e quanto versato con la prima rata calcolata secondo le regole ordinarie.

Le predette maggiorazioni sono dovute solo con riferimento al primo anno di applicazione del Cpb; pertanto, si ritiene non siano dovute da parte dei contribuenti che, avendo aderito al concordato per il biennio d’imposta 2024-2025 , rinnovano l’adesione per il biennio d’imposta immediatamente successivo 2026-2027.

Il decreto Omnibus ha modificato l’articolo 20 del decreto Cpb. Per i contribuenti che intendono rinnovare l’adesione al concordato non trova applicazione la previsione dell’articolo 20 del decreto Cpb e di conseguenza tali contribuenti avranno la possibilità di determinare gli acconti con il metodo c.d. ‘storico’ senza applicare la maggiorazione prevista dall’articolo 20 del decreto Cpb.

Con questa modifica il legislatore ha inteso interpretare il rinnovo del concordato come la volontà di proseguire il rapporto di trasparenza tra l’amministrazione fiscale e il contribuente, sancito dal patto fiscale.

Limiti alla base imponibile su cui applicare imposta sostitutiva opzionale per i contribuenti aderenti al Cpb

Il decreto legislativo n. 81/2025 all’articolo 8 ha apportato modifiche all’articolo 20-bis del decreto Cpb. Infatti, sulla differenza tra il reddito concordato e il reddito effettivo del periodo d’imposta precedente eccedente l’importo di 85 mila euro, limitatamente alla parte che supera tale importo, l’imposta sostitutiva dell’art. 20-bis va applicata per i soggetti Irpef, con l’aliquota del 43% e per i soggetti Ires con l’aliquota del 24%.

Attività di controllo

Il corretto funzionamento del concordato preventivo biennale presuppone il regolare adempimento degli obblighi dichiarativi da parte del contribuente.

Tali obblighi si sostanziano nella correttezza, completezza e veridicità delle informazioni fornite al fisco dai contribuenti intenzionati ad aderire al concordato. Tali informazioni costituiscono la base per l’elaborazione della relativa proposta.

Il decreto Cpb attribuisce particolare rilevanza all’autenticità e all’esattezza dei dati dichiarati. Per l’accesso al concordato il contribuente deve essere in possesso dei requisiti previsti; la dichiarazione che attesta l’insussistenza delle cause di esclusione deve avere i connotati della veridicità; e, da ultimo, il regolare adempimento degli obblighi dichiarativi.

Il corretto assolvimento degli obblighi dichiarativi è un elemento essenziale per l'elaborazione di una proposta di reddito concordato congrua, in quanto coerente con l’effettiva capacità economica del contribuente.

Dalla stretta connessione tra il modello ISA e il CPB si evince che la correttezza, la completezza e la coerenza dei dati comunicati, costituisce condizione essenziale, sia in sede di compilazione del modello ISA, sia in sede di adesione al concordato, per il corretto funzionamento dell’istituto e per la conseguente congruità della proposta formulata dal fisco.

La veridicità e la correttezza delle informazioni trasmesse dal contribuente hanno rilievo non solo nella fase genetica del concordato ma anche sulla permanenza degli effetti dell’istituto. L’eventuale infedeltà dichiarativa può infatti determinare la decadenza dal concordato, con il conseguente venir meno dei benefici premiali.

Ricordiamo che nei confronti dei contribuenti che non aderiscono al concordato preventivo biennale o che decadono dallo stesso, sarà intensificata l’attività di controllo del Fisco e della Guardia di Finanza.

Sanzioni accessorie

Nei confronti dei soggetti che hanno commesso violazioni e non hanno aderito al concordato o ne sono decaduti sono previste le sanzioni disciplinate dall’articolo 2-ter del decreto legge n. 113/2024, convertito, con modificazioni dalla legge n. 143/2024.


(Vedi circolare n. 8 del 2026)

Istituzione del codice tributo per il versamento della sanzione dovuta ai sensi dell’art. 12, comma 1, lettera o), del Dl n. 39/2009

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 33/E del 22 settembre 2026, ha istituito il codice tributo ‘5518’ denominato ‘Sanzione amministrativa pecuniaria - art. 12, comma 1, lett. o) DL 39/2009 - elusione monopolio statale dei giochi in materia di concorsi e operazioni a premio’.

Si tratta della sanzione amministrativa da 50 mila a 500 mila euro prevista dal decreto legge n. 39/2009, convertito con modificazioni dalla legge n. 77/2009, prevista in caso di effettuazione di concorsi ed operazioni a premio di cui è vietato lo svolgimento. La sanzione viene raddoppiata se i concorsi e le operazioni a premio sono continuati quando ne è stato vietato lo svolgimento.

Le citate sanzioni si applicano esclusivamente ai concorsi a premio per i quali è stata accertata la coincidenza con attività di gioco riservate allo Stato o l’elusione del monopolio statale dei giochi.


(Vedi risoluzione n. 33 del 2026)

Istituzione del codice tributo per l’utilizzo del credito d’imposta carburanti a favore delle imprese esercenti le attività di pesca

Il ministro dell'Agricoltura, di concerto con il ministro dell’Economia, ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto 22 maggio 2026 che stabilisce le disposizioni attuative del credito d’imposta carburante riconosciuto alle imprese esercenti l’attività della pesca.

Al fine di compensare i maggiori oneri sostenuti per l’acquisto di gasolio e benzina per l’alimentazione dei mezzi utilizzati nell’esercizio delle predette attività, il decreto legge n. 33/2026 ha riconosciuto un credito d’imposta fino al 20% della spesa sostenuta per gli acquisti di carburante effettuati nei mesi di marzo, aprile e maggio 2026.

Il credito d’imposta in parola è utilizzabile esclusivamente in compensazione entro la fine dell’anno, mediante la presentazione del mod. F24 attraverso i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate.

Tramite il proprio cassetto fiscale, accessibile dall’area riservata del sito dell’Agenzia delle Entrate, ogni beneficiario può visualizzare l’ammontare dell’agevolazione fruibile in compensazione.

Per consentire l’utilizzo in compensazione del credito d’imposta in argomento l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n.32/E del 22 settembre 2026, ha istituito il codice tributo ‘7080’ denominato ‘Credito d’imposta a favore delle imprese ittiche per l’acquisto di carburante - articolo 4 decreto legge 18 marzo 2026 n. 33’.


(Vedi risoluzione n. 32 del 2026)






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