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Chiarimenti in merito alla corretta applicazione della disciplina ai fini Iva delle operazioni di cui all’art. 74 Dpr n. 633/1972 e all’art.4 Dm n. 366/2000

Una società ha sottoscritto un contratto con una società di telecomunicazione per la fornitura di carte SIM ricaricabili da dare in uso ai propri dipendenti e chiede la conferma della possibilità di detrarre l’Iva relativa a questo servizio di telefonia mobile assoggettato al regime speciale monofase.

Il regime monofase comporta che l’Iva sull’intero valore aggiunto realizzato a partire dalla fase iniziale di produzione e distribuzione dei beni e dei servizi fino alla fase di vendita al consumatore finale è dovuta dal primo operatore della catena economica, al momento in cui si realizza la prima cessione. Tutte le cessioni successive sono pertanto escluse dal campo applicativo dell’Iva, in quanto l’imposta è stata già assolta dal primo cedente.
Con il regime monofase viene derogato l’ordinario sistema di funzionamento dell’Iva.

L’articolo 4 del decreto del Mef del 24 ottobre 2000 n. 366 tiene conto del criterio secondo cui le misure nazionali di deroga nell’applicazione dell’Iva consentite dalla Direttiva 2006/112/CE ‘allo scopo di semplificare la riscossione dell’imposta o di evitare talune frodi o evasioni fiscali’, devono essere interpretate in modo restrittivo.
Nel dettare le modalità di fatturazione delle predette operazioni l’articolo 4 in commento stabilisce che l’imposta non deve essere comunque indicata nei documenti eventualmente rilasciati separatamente dal corrispettivo della prestazione, salvo che per quelle effettuate dal titolare della concessione, autorizzazione o licenza direttamente nei confronti degli utilizzatori del servizio, precisando che, in tal caso, la fattura deve essere emessa dal titolare della concessione, autorizzazione o licenza individuale entro 90 giorni dal ricevimento della richiesta.

La separata esposizione dell’imposta in fattura è prevista soltanto nell’ipotesi in cui i mezzi tecnici necessari per fruire del servizio di telecomunicazione sono venduti dal primo cedente direttamente all’utilizzatore finale soggetto passivo d’imposta, senza che siano attivati i vari passaggi della catena di distribuzione, presupposti dal regime monofase e posti a fondamento del meccanismo di deroga.
Le modalità di fatturazione presuppongono l’applicazione del meccanismo di rivalsa e detrazione dell’imposta, posto che il diritto alla detrazione dell’Iva non può essere limitato se non in casi particolari.

Nel caso descritto la detrazione dell’imposta può essere esercitata secondo le regole previste dall’articolo 19 del Dpr n. 633/1972 nel presupposto che la società istante, come da essa dichiarato, acquisti i servizi di telefonia mobile ricaricabile in veste di utilizzatore finale del servizio.


(Vedi risoluzione n. 69 del 2020)

Credito d'imposta concesso a favore di un’associazione sportiva dilettantistica, in relazione ai canoni corrisposti sulla base di un contratto di sublocazione - Art. 28 decreto Rilancio

Un’associazione sportiva dilettantistica fa presente di aver preso in sublocazione un ufficio di categoria A/10 per la propria sede sociale. Chiede se per i canoni di locazione corrisposti possa trovare applicazione il credito d’imposta previsto dall’articolo 28 del decreto Rilancio.

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 68/E del 20 ottobre 2020, ricorda le caratteristiche principali della misura disciplinata dall’articolo 28 che prevede un credito d’imposta, nella misura del 60%, dell’ammontare mensile del canone di locazione di immobili adibiti ad uso non abitativo destinati allo svolgimento di attività industriale, commerciale, artigianale, agricola, turistica o all’esercizio abituale o professionale di attività di lavoro autonomo. Possono avvalersi del credito d’imposta anche gli enti non commerciali, compresi gli enti del terzo settore e quelli religiosi civilmente riconosciuti, in relazione ai canoni corrisposti per l’immobile da destinare allo svolgimento dell’attività istituzionale. Sempre l’art. 28, al quinto comma, prevede che ai soggetti locatari esercenti attività economica, il credito d’imposta spetta a condizione che abbiano subito una diminuzione del fatturato/corrispettivi nel mese di riferimento di almeno il 50% rispetto allo stesso mese del periodo d’imposta precedente e che la misura dell’agevolazione sia commisurata all’importo versato nel periodo d’imposta 2020 con riferimento a ciascuno dei mesi di marzo, aprile, maggio e giugno.

Come anticipato anche gli enti non commerciali possono accedere al credito d’imposta in relazione al pagamento dei canoni di locazione degli immobili ad uso non abitativo destinati allo svolgimento dell’attività istituzionale. E possono farlo anche quando, oltre all’attività istituzionale, l’ente svolga un’attività commerciale, in modo non prevalente o esclusivo. Il credito d’imposta è però negato se l’ammontare dell’attività è superiore al limite di 5 milioni di euro. Come chiarito nella circolare 14/E/2020 per gli enti non commerciali che svolgono attività commerciale non prevalente la soglia dei ricavi/compensi va determinata per ciascuna tipologia di soggetto tenendo conto delle proprie regole di determinazione del reddito. Ne consegue che, ai fini della determinazione del parametro dei ricavi non superiore a 5 milioni di euro, per gli enti non commerciali devono essere considerati i soli ricavi con rilevanza ai fini Ires.

Per gli enti non commerciali che svolgono solo occasionalmente attività commerciale e che, pertanto, non dispongono di partita Iva, il credito d’imposta va determinato sull’importo dell’affitto al lordo dell’Iva. Il credito d’imposta per tali soggetti è stabilito nella misura del 60%, commisurato al canone di locazione dell’immobile non abitativo.

Analizzando il caso sottoposto dal soggetto istante l’Amministrazione finanziaria ritiene che anche per il contratto di sublocazione è applicabile la norma agevolativa in commento. Considerato che l’associazione sportiva dilettantistica risulta iscritta al registro nazionale del Coni e tenuto conto della finalità dell’articolo 28 che è quella di contenere gli effetti economici negativi determinati dal Covid-19, anche l’ASD può accedere al beneficio con riferimento al contratto di sublocazione. Ferma restando la sussistenza dei requisiti previsti dall’articolo 28, anche il conduttore principale può fruire del beneficio in parola. Ai fini del calcolo della diminuzione del fatturato o dei corrispettivi nel mese di riferimento, sarà necessario considerare anche il canone relativo alla sublocazione al lordo del credito d’imposta di cui all’articolo 28.


(Vedi risoluzione n. 68 del 2020)

Istituzione del codice tributo per il versamento delle somme di cui all’art. 217, comma 2, del decreto Rilancio
L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 67/E del 20 ottobre 2020, ha istituito il codice tributo per il versamento, tramite il modello ‘F24 Accise’ delle somme di cui all’articolo 217, comma 2, del decreto legge 19 maggio 2019 n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020 n. 77. Il nuovo codice tributo è il seguente: ‘5478’ denominato ‘Riscossione entrate derivanti dal versamento dello 0,5% della raccolta delle scommesse sportive, anche virtuali, per il sostegno al sistema sportivo - articolo 217, comma 2, decreto legge n. 34/2020’.
(Vedi risoluzione n. 67 del 2020)

Ulteriori chiarimenti in tema di Irap e di versamento degli acconti

PREMESSA

Con la circolare n. 25/E dello scorso 20 agosto l’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti in merito alle disposizioni contenute nel decreto Rilancio e, in particolare all’articolo 24 in merito ai versamenti dell’Irap. In considerazione della grave crisi determinata dal Covid-19 il legislatore ha previsto che le imprese con un volume di ricavi non superiore a 250 milioni di euro e i lavoratori autonomi con un corrispondente volume di compensi non sono tenuti al versamento:

  • del saldo Irap relativo al periodo d’imposta 2019, fermo restando, per detto periodo, il versamento dell’acconto;
  • della prima rata, pari al 40% dell’acconto dell’Irap dovuto per il periodo d’imposta 2020.
L’importo corrispondente alla prima rata dell’acconto è comunque escluso dal calcolo dell’imposta da versare a saldo per il 2020.
L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 27/E del 19 ottobre 2020, fornisce ulteriori chiarimenti in merito.

ASPETTI CONNESSI ALLE MODALITÀ DI APPLICAZIONE DELL’ART. 24 DEL DECRETO

In relazione alle disposizioni contenute nell’articolo 24 del Decreto è stato chiesto di chiarirne l’applicazione, con specifico riferimento:

  • al calcolo dell’Irap da versare a saldo per il periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019;
  • alla possibilità, qualora il saldo dell’Irap relativo al periodo d’imposta 2020 sia inferiore alla prima rata di acconto ‘dovuta’ per il medesimo periodo, di utilizzare in compensazione o chiedere a rimborso ovvero azzerare la differenza a credito.
Operatività dell’esclusione della prima rata dell’acconto Irap 2020 dal calcolo dell’imposta da versare a saldo per lo stesso anno

Con riferimento al calcolo dell’Irap da versare per il periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019, va ricordato quanto dispone l’articolo 24 comma 1 e comma 2. Il calcolo dell’acconto è effettuato sulla base dell’imposta dovuta per l’anno precedente, al netto di detrazioni, crediti d’imposta e ritenute d’acconto risultanti dalla relativa dichiarazione dei redditi (metodo storico). In alternativa, chi, per l’anno in corso, presume di avere un risultato economico inferiore rispetto all’anno precedente, può ricorrere al metodo ‘previsionale’. In tal caso il calcolo viene effettuato sulla base dell’imposta presumibilmente dovuta per l’anno in corso, considerando, quindi, i redditi che il contribuente ipotizza di realizzare, nonché gli oneri deducibili e detraibili che dovrebbero essere sostenuti, i crediti d’imposta e le ritenute d’acconto. Questa scelta può comportare la riduzione o il non pagamento dell’acconto, ma, al contempo, espone il contribuente al rischio di effettuare i versamenti in acconto in misura inferiore rispetto a quanto realmente dovuto e l’eventuale successiva applicazione di sanzioni e interessi sulla differenza non versata. Peraltro si ricorda che l’art. 20 del decreto Liquidità dispone, solo per il periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019, la non applicazione di sanzioni e interessi in caso di insufficiente versamento delle somme dovute a titolo di acconto, se l’importo versato non è inferiore all’80% della somma che risulterebbe dovuta a titolo di acconto sulla base della dichiarazione relativa al periodo d’imposta in corso.
Coordinando le regole generali con le nuove previsioni recate dal Decreto si evince che il contribuente che applica il metodo storico è tenuto a versare il secondo acconto pari al 60% (o al 50% se applica gli Isa) e l’eventuale saldo da determinarsi al netto del primo acconto ‘figurativo’ (pari al 40% o al 50% se applica gli Isa) e del secondo acconto corrisposto. Qualora, invece, il contribuente utilizzi il metodo ‘previsionale’, lo stesso è tenuto a versare il secondo acconto pari al 60% (ovvero al 50% se applica gli Isa) dell’imposta complessiva presumibilmente dovuta per il periodo d’imposta 2020 e l’eventuale saldo da determinarsi al netto del primo acconto ‘figurativo’ (pari al 40% o al 50% se applica gli Isa) e del secondo acconto corrisposto.
In entrambe le ipotesi il primo acconto ‘figurativo’ non può mai eccedere il 40% (o il 50%) dell’importo complessivamente dovuto a titolo di Irap per il periodo d’imposta 2020, calcolato, in linea generale, secondo il metodo storico, sempreché quest’ultimo non sia superiore a quanto effettivamente da corrispondere. E ciò perché la norma prevede un meccanismo volto ad evitare scelte arbitrarie circa il metodo di calcolo utilizzato per determinare l’acconto.

Saldo Irap relativo al periodo d’imposta 2020 inferiore alla prima rata di acconto

Coordinando le regole generali in tema di calcolo degli acconti con le previsioni recate dall’art. 24 del Decreto si evince che il contribuente che applica il metodo ‘storico’ è tenuto a versare per il periodo d’imposta 2020:

  • l secondo acconto, pari al 60% (o 50% se applica gli Isa);
  • l’eventuale saldo da determinarsi al netto del primo acconto ‘figurativo’ (pari al 40% o al 50% se applica gli Isa) e del secondo acconto effettivamente corrisposto.
Qualora, invece, il contribuente utilizzi il metodo ‘previsionale’, lo stesso è tenuto a versare, per il medesimo periodo d’imposta 2020:
  • un secondo acconto pari al 60% (o al 50% se applica gli Isa) dell’imposta complessiva presumibilmente dovuta;
  • l’eventuale saldo da determinarsi al netto del primo acconto ‘figurativo’ (pari al 40% o al 50% se applica gli Isa) e del secondo acconto effettivamente corrisposto.
In entrambe le ipotesi, il primo acconto ‘figurativo’ da sottrarre non può mai eccedere il 40% (o il 50%) dell’importo complessivamente dovuto a titolo di Irap per il periodo d’imposta 2020, calcolato, in linea generale, secondo il metodo storico, sempreché quest’ultimo non sia superiore a quanto effettivamente da corrispondere.
Ipotizzando, quindi, un contribuente che non sia tenuto ad applicare gli Isa e che utilizzi il metodo ‘storico’, se l’Irap:
  • dovuta per il periodo d’imposta 2019 è pari a 1.000 euro,
  • effettivamente dovuta per il periodo d’imposta 2020 è pari a 200 euro,
  • versata a titolo di secondo acconto per il periodo d’imposta 2020 risulta pari a 600 euro,
in questo caso, il primo acconto ‘figurativo’ da sottrarre dall’imposta dovuta (200 euro) è pari a 80 euro (40% di 200). Pertanto, la dichiarazione Irap 2021 evidenzierà un credito pari a 480 euro. Qualora, invece, il contribuente non sia tenuto ad applicare gli Isa ed utilizzi il metodo ‘previsionale’, se l’Irap:
  • dovuta per il periodo d’imposta 2019 è pari a 1.000 euro,
  • che si presume di dover versare per il periodo d’imposta 2020, è pari a 800 euro,
  • effettivamente dovuta per il periodo d’imposta 2020 risulta pari a 200 euro,
  • versata a titolo di secondo acconto è pari a 480 euro,
in questo caso, il primo acconto ‘figurativo’ da sottrarre dall’imposta dovuta (200 euro) è pari a 80 euro. Pertanto, la dichiarazione Irap 2021 evidenzierà un credito pari a 360 euro.

AMBITO APPLICATIVO DELL’ARTICOLO 20 DEL DECRETO LEGGE N. 23/2020

L’articolo 20 del decreto Liquidità rubricato ‘Metodo previsionale per la determinazione degli acconti da versare nel mese di giugno’, prevede che ‘Le disposizioni concernenti le sanzioni e gli interessi per il caso di omesso o di insufficiente versamento degli acconti dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, dell’imposta sul reddito delle società e dell’imposta regionale sulle attività produttive non si applicano in caso di insufficiente versamento delle somme dovute se l’importo versato non è inferiore all’80% della somma che risulterebbe dovuta a titolo di acconto sulla base della dichiarazione relativa al periodo di imposta in corso. Le disposizioni di cui al comma 1 si applicano esclusivamente agli acconti dovuti per il periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019’. Posto che il testo di legge richiama espressamente solo le imposte Irpef, Ires e Irap, è stato chiesto di chiarire se tale previsione trovi applicazione anche in relazione alle ‘addizionali’ di dette imposte.
Con la circolare n. 9/E/2020 è stato chiarito che, da un punto di vista oggettivo, la citata disposizione, ‘oltre che alle imposte espressamente individuate, si applica anche:

  • all’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell’Irap dovuta dai contribuenti che si avvalgono di forme di determinazione del reddito con criteri forfetari;
  • alla cedolare secca sul canone di locazione, all’imposta sul valore degli immobili situati all’estero (Ivie) o sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero (Ivafe)’.
Tale chiarimento discende dalla circostanza che per le imposte richiamate si applicano i medesimi termini di versamento dell’acconto dettati per le imposte espressamente individuate dalla norma in oggetto.
Conseguentemente, la previsione di legge in commento si applica, altresì, agli acconti relativi alle addizionali di dette imposte con scadenza 30 giugno 2020. Resta di contro esclusa l’applicazione all’addizionale regionale all’Irpef in quanto, per quest’ultima, non è previsto il versamento dell’acconto entro il 30 giugno, ma solo del saldo (in unica soluzione o come prima rata) dell’imposta dovuta per l’anno 2019.


(Vedi circolare n. 27 del 2020)

Chiarimenti in merito alle misure del decreto Rilancio varate per rispondere all’emergenza epidemiologica da Covid-19

PREMESSA

L’articolo 124 del decreto Rilancio ha introdotto una disciplina Iva agevolata per l’acquisto di dispositivi necessari al contenimento e al contrasto dell’emergenza epidemiologica da Covid-19. Si va dai ventilatori polmonari ai caschi per la ventilazione, dai sistemi di aspirazione ai macchinari per la terapia intensiva, dalle mascherine all’abbigliamento protettivo come camici, guanti in lattice, occhiali, visiere, cuffie, soprascarpe. Ed ancora, disinfettanti, tamponi per analisi cliniche, provette sterili ecc. Le cessioni di questi beni, effettuate entro il 31 dicembre 2020, sono esenti Iva. L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 26/E del 15 ottobre 2020, fornisce i primi chiarimenti in merito all’applicazione dell’articolo 124 citato.

AMBITO APPLICATIVO

L’articolo 124, al primo comma, riporta un elenco tassativo di beni per i quali le cessioni effettuate a decorrere dal 1°gennaio 2021 sono soggette all’aliquota Iva del 5%. Il successivo comma 2, del medesimo articolo, prevede che, sino al 31 dicembre 2020, dette cessioni possono godere di un regime di esenzione da Iva. Come anticipato parliamo di beni ritenuti necessari per contrastare il diffondersi del Covid-19, per la cura delle persone affette dal virus e per la protezione della collettività, incluso il personale sanitario. Come previsto dalla Commissione europea l’importazione di questi beni avviene in esenzione da dazi e da Iva almeno fino al prossimo 31 ottobre ma la Ue sta valutando di prorogare questo termine. Oltre alle importazioni possono avvalersi del medesimo trattamento anche gli acquisti intra-Ue. Nell’ambito delle misure adottate per il contrasto della pandemia l’art. 124 del decreto Rilancio costituisce solo l’ultimo degli interventi intrapresi. A tal fine ricordiamo l’art. 66, comma 3, del decreto ‘Cura Italia’ e l’art. 27 del decreto ‘Liquidità’. Il primo prevede che si considerano effettuati nell’esercizio dell’impresa, arte o professione gli acquisti dei beni ceduti a titolo di erogazione liberale in natura effettuate, nel 2020, a sostegno delle misure di contrasto al Covid-19. Lo stesso trattamento Iva è previsto dall’art. 27 del decreto ‘Liquidità’ alle donazioni dei c.d. farmaci ad uso compassionevole. Ricordiamo anche l’art. 68, primo comma, lettera f) del decreto Iva che consente di importare senza pagamento dell’Iva i beni donati a enti pubblici o ad associazioni riconosciute o fondazioni aventi esclusivamente finalità filantropiche, nonché alle popolazioni colpite da calamità naturali o catastrofi. L’Amministrazione finanziaria fornisce di seguito le risposte ai quesiti pervenuti in merito all’ambito applicativo dell’articolo 124.

RISPOSTE A QUESITI

Definizione di termometri

L’Agenzia delle Entrate chiarisce che nella nozione di termometri sono compresi anche i termoscanner.

Definizione di ‘detergenti disinfettanti per mani’

Con la dizione ‘detergenti disinfettanti per mani’ il legislatore si riferisce ai soli prodotti per le mani con potere disinfettante. I semplici detergenti non sono compresi in quanto non svolgono un’azione disinfettante. Solo la disinfezione ha infatti un’azione virucida, battericida o fungicida ossia un’azione volta a distruggere i microrganismi. Per svolgere questa azione devono però essere utilizzati i biocidi (BPR) o i presidi medico chirurgici (PMC) cioè disinfettanti autorizzati dal Ministero della Salue o dall’ISS. Questi prodotti non vanno però confusi con i comuni igienizzanti per le mani, esclusi dall’ambito di applicazione dell’art. 124, per i quali, al pari dei detergenti non è prevista alcuna autorizzazione. Solo i biocidi e i presidi medico chirurgici che permettono un’efficace azione disinfettante della cute o delle superfici rientrano nell’ambito oggettivo di applicazione dell’art. 124. Per l’esenzione dell’Iva (o per l’Iva al 5% ‘a regime’) è necessario, tuttavia, che questi prodotti siano soggetti alla preventiva autorizzazione del ministero della Salute.

Definizione di ‘mascherine’

Solo le mascherine chirurgiche, quelle Ffp2 e Ffp3 rientrano nell’ambito oggettivo di applicazione dell’art. 124. Secondo il ministero della Salute e l’ISS solo queste tipologie di protezione costituiscono idonei strumenti di prevenzione contro i virus, a condizione che siano validamente certificate come dispositivo medico (DM) o dispositivo di protezione individuale (DPI). Le chirurgiche sono dispositivi medici la cui funzione è evitare che chi le indossa contamini l’ambiente, mentre le Ffp2 e Ffp3 rientrano nei DPI che sono utilizzati per proteggere chi le indossa dagli agenti esterni, quali i droplet.
Secondo il ministero della Salute, per essere sicure, le mascherine chirurgiche devono essere prodotte rispettando la norma tecnica UNI EN 14683:2019, mentre quelle Ffp2 e Ffp3 devono rispettare le norme tecniche armonizzate UNI EN 149:2009. Ogni altra mascherina reperibile in commercio, diversa da quelle sopra elencate, non è un dispositivo medico né un dispositivo di protezione individuale. Le mascherine in tessuto, ad esempio, e prodotte senza il rispetto dei requisiti tecnici sopra indicati non possono beneficiare del trattamento Iva previsto dall’art. 124. Il ministero della Salute ha comunicato che rientrano nella definizione di mascherine di cui all’art. 124, comma 1, anche quelle chirurgiche autorizzate in deroga dall’ISS ai sensi dell’art. 15, comma 2, decreto ‘Cura Italia’. Si tratta di una procedura di validazione straordinaria finalizzata a reperire in tempi brevi questi beni sui quali restano immutati gli standard di qualità e sicurezza imposti dalla normativa tecnica sia per i dispositivi medici che per i dispositivi di protezione individuale.
Ai fini della detrazione Irpef della spesa sostenuta per l’acquisto delle mascherine chirurgiche e di quelle Ffp2 e Ffp3 è necessario che lo scontrino o la fattura riportino l’indicazione ‘dispositivo medico’ che può essere identificata anche attraverso le codifiche utilizzate ai fini della trasmissione dei dati al Sistema tessera sanitaria quale il codice ‘AD (spese relative all’acquisto o affitto di dispositivi medici con marcatura CE)’. In tutti i casi in cui il documento di spesa riporti il codice ‘AD’, ai fini della detrazione, non è necessario che sia riportata anche la marcatura CE o la conformità alle direttive europee.
L’Amministrazione finanziaria chiarisce inoltre che le mascherine riutilizzabili in quanto dotate di filtro interscambiabile rientrano tra quelle previste dall’art. 124. La cessione della mascherina riutilizzabile, venduta unitamente al relativo filtro, è esente da Iva sino al 31 dicembre 2020 e imponibile al 5% successivamente, a condizione che abbia le caratteristiche tecniche per essere certificata dall’autorità competente come DM o DPI.

Definizione di ‘dispenser a muro per disinfettanti’

Possono usufruire del trattamento Iva previsto dall’articolo 124 i dispenser a muro per disinfettanti come pure le piantane dotate di sistemi di fissaggio. Sono escluse le strutture facilmente asportabili come le colonnine di cartone su cui sono posizionati i normali flaconi dotati di dispenser.

Definizione di ‘soluzione idroalcolica in litri’

Nella nozione di ‘soluzione idroalcolica in litri’ rientrano i disinfettanti a base alcolica, certificati/autorizzati come PMC o biocidi, normalmente utilizzati per la pulizia di rilevanti superfici oppure in ambito sanitario. Sono esclusi dall’ambito di applicazione dell’art. 124 i PMC ed i biocidi con etanolo inferiore al 70%. Possono beneficiare dell’esenzione fino a fine anno e successivamente dell’aliquota al 5% le confezioni il cui contenuto fa riferimento al litro come unità di misura. Sono dunque agevolate le confezioni maggiori o uguali a un litro come pure quelle di minore dimensione. Ciò nel presupposto che la cessione avvenga per finalità sanitarie e non cosmetiche o alimentari.

Definizione di ‘Perossido al 3 per cento in litri’

Sono agevolati i PMC ed i biocidi a base di perossido di idrogeno al 3% (c.d. ‘acqua ossigenata’), anche in confezioni inferiori al litro. Possono beneficiare del trattamento agevolato solo i prodotti con perossido al 3%, indipendentemente dal formato della confezione.

Definizione di ‘strumentazione per diagnostica per Covid-19’

Il ministero della Salute ha chiarito che rientrano tra la strumentazione per diagnostica Covid-19 anche i saturimetri in quanto dispositivi medici che permettono di diagnosticare una sofferenza a carico dell’apparato respiratorio. Anche i test sierologici possono godere del regime agevolato a condizione che siano classificabili nei codici doganali richiamati dalla circolare 12/D del 2020 dell’ADM.

Definizione di ‘attrezzature per la realizzazione di ospedali da campo’

Rientrano nella definizione di ‘attrezzature per la realizzazione di ospedali da campo’ i letti ospedalieri, le tende, ivi incluse quelle in plastica in quanto beni che, in base alla decisione della Ue, sono ‘attrezzature di ospedali da campo’.

Prodotti utilizzati per mitigare l’impatto della pandemia non espressamente menzionati nell’elenco di cui all’articolo 124

Il regime Iva previsto dall’articolo 124, ossia l’esenzione fino al 31 dicembre 2020 e l’Iva al 5% successivamente non può essere applicato a beni diversi da quelli elencati al primo comma perché l’elenco è tassativo.

Prodotti utilizzabili sia con riferimento a casi di Covid-19 che con riferimento ad altri casi

L’elenco dei prodotti che beneficiano ‘a regime’ dell’aliquota Iva al 5% è stato inserito dal legislatore nel corpo del decreto Iva. Di conseguenza dal 1°gennaio 2021 i beni ivi indicati non possono ricevere un trattamento differente se acquisiti per altre finalità sanitarie, ad esempio per la sala operatoria o per la chirurgia in generale, stante l’impossibilità di determinare con criteri oggettivi la specifica destinazione di contrasto al Covid-19.

Articoli di abbigliamento protettivo per finalità sanitarie

In merito agli articoli di abbigliamento sono agevolati i beni che possiedono le caratteristiche tecniche idonee a garantire la protezione degli operatori sanitari dal virus. Tuttavia, a seguito dell’art. 124 i protocolli di sicurezza adottati nei diversi settori economici hanno reso obbligatorio l’uso di questo tipo di abbigliamento ai fini della sicurezza dei lavoratori e degli utenti. Questo, al fine di contrastare il diffondersi del Covid-19. Pertanto anche gli operatori obbligati al rispetto di questi protocolli di sicurezza possono acquistare tale tipologia di abbigliamento usufruendo dell’agevolazione prevista. Il trattamento Iva agevolato introdotto dall’art. 124 va applicato solo ai beni che presentano le caratteristiche di dispositivo medico (DM) o di dispositivi di protezione individuale (DPI).

Ambito oggettivo di applicazione degli articoli 124 e 125 del Decreto

L’ambito oggettivo di applicazione dell’articolo 125 del decreto Rilancio si sovrappone in parte a quello dell’articolo 124 perché vi figurano le spese per l’acquisto di prodotti e beni compresi nell’elenco del comma 1 dell’articolo 124. Ci riferiamo all’acquisto di DPI, mascherine, guanti, visiere, tute di protezione, calzari, detergenti, disinfettanti, termometri, termoscanner ecc. Se un’impresa acquista delle mascherine chirurgiche, delle mascherine Ffp2 e Ffp3 oppure delle mascherine chirurgiche ‘autorizzate in deroga’ dall’ISS o dall’Inail effettua l’operazione in esenzione da Iva sino al 31 dicembre 2020 e si vede riconosciuto il credito d’imposta nella misura del 60% della spesa sostenuta, previsto dall’art. 125, credito d’imposta che è utilizzabile nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di sostenimento della spesa ovvero in compensazione.

Pezzi di ricambio e beni accessori

Al ricorrere delle condizioni previste dall’articolo 12 del Decreto Iva anche i pezzi di ricambio dei beni elencati nell’articolo 124 possono usufruire del medesimo trattamento Iva.

Compilazione Comunicazione delle liquidazioni Iva periodiche e della Dichiarazione Iva annuale

Le cessioni e gli acquisti dei beni elencati nell’articolo 124, comma 1, vanno riportate nella Comunicazione delle liquidazioni periodiche Iva in tal modo: Il cedente indica l’ammontare della cessione nel rigo VP2; il cessionario indica l’ammontare degli acquisti nel rigo VP3. In merito, invece, alle modalità di compilazione della dichiarazione Iva 2021, con riferimento alle predette operazioni, l’Agenzia delle Entrate fornirà istruzioni da approvare entro il 15 gennaio 2021.


(Vedi circolare n. 26 del 2020)

Regime fiscale dei contributi spettanti ai Consiglieri ed Assessori regionali cessati dal mandato

I contributi corrisposti con il metodo contributivo ai consiglieri e assessori regionali cessati dal mandato non formano reddito imponibile. Pertanto, i trattamenti economici erogati sono commisurati alle contribuzioni obbligatorie versate dai consiglieri e a quelle a carico della Regione.
La Regione istante chiedeva di conoscere il corretto trattamento fiscale della quota contributiva a proprio carico in quanto mentre la quota di contributo a carico del Consigliere è stata oggetto di interpretazioni giurisprudenziali e di prassi, non è avvenuto ugualmente sul trattamento fiscale della quota contributiva a carico della Regione. Tutto questo alla luce del fatto che il nuovo ordinamento giuridico prevede per tutti i vitalizi/indennità a carattere differito, il sistema di calcolo contributivo in forza del quale l’importo spettante è commisurato ai contributi versati dal soggetto percettore e dall’ente di appartenenza.

La Regione fa presente che intende istituire ex novo un trattamento economico differito a carattere contributivo per i consiglieri e assessori cessati dal mandato. Nell’interpello la Regione descrive in dettaglio le caratteristiche del trattamento economico che rappresenta una indennità di carica goduta in relazione all’esercizio di mandato pubblico rivestito, con connotazioni distinte da quelle proprie della retribuzione connessa al rapporto di pubblico impiego e si configura come indennità correlata alla cessazione della carica. La base imponibile contributiva è pari all’indennità di carica lorda e la quota di contributo a carico del Consigliere è pari all’8,80% della base imponibile e la quota a carico della Regione è pari a 2,75 volte quella versata dal consigliere.

Come premesso la Regione chiede quale sia il corretto trattamento fiscale della quota contributiva a proprio carico, pari a 2,75 volte la quota a carico del consigliere.
Sul trattamento fiscale dell’assegno vitalizio corrisposto a parlamentari ma anche ai consiglieri regionali l’Agenzia delle Entrate chiarisce che costituisce reddito assimilato a quelli di lavoro dipendente.

Già nella risoluzione n. 262/E/2009 l’Amministrazione finanziaria ha avuto modo di chiarire che gli assegni vitalizi collegati ad una carica elettiva non configurino, ai fini fiscali, trattamenti pensionistici, ma una vera e propria indennità correlata alla cessazione della carica. In forza del rinvio contenuto nell’art. 52, comma 1, del Tuir, ai redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente si applicano le disposizione di cui all’art. 51 del Tuir relative ai redditi di lavoro dipendente, salvo le eccezioni previste per i redditi assimilati in esame secondo le quali i vitalizi ‘sono assoggettati a tassazione per la quota parte che non deriva da fonti riferibili a trattenute effettuate al percettore già assoggettate a ritenute fiscali’. La conseguenza è l’indeducibilità dei relativi contributi, diversamente da quanto disposto per quelli versati alle forme pensionistiche obbligatorie. Il chiarimento dell’Agenzia non può ignorare la norma che ha disposto la riduzione del numero degli assessori regionali e le relative indennità e le disposizioni della legge di Bilancio 2019 che hanno invitato le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano a rideterminare, entro il 30 maggio 2019, la disciplina dei trattamenti previdenziali e dei vitalizi già assegnati a coloro che avevano ricoperto la carica di presidente, consigliere o assessore regionale, adeguandone i criteri alla disciplina vigente. I trattamenti previdenziali devono essere ridefiniti sulla base dei parametri indicati in sede di Conferenza Stato-Regioni o, in assenza, sulla base del metodo contributivo.

In considerazione di tali misure la Regione istante ha adottato la legge n. 27/2019 che ha disciplinato ‘il trattamento economico collegato ad un’indennità di carica goduta in relazione all’esercizio di un mandato pubblico e quantificato sulla base della contribuzione obbligatoria effettivamente versato dal consigliere’. In sintesi, il trattamento economico da erogare a fine mandato deve avvenire secondo il metodo di calcolo contributivo della disciplina dei trattamenti previdenziali e vitalizi, maturato sulla base della contribuzione obbligatoria effettivamente versata dal consigliere e, pertanto, riconducibile all’ambito dell’articolo 49, comma 2, lettera a), quali redditi derivanti da ‘pensioni di ogni genere e gli assegni ad essi equiparati’. La riforma dell’istituto ha comportato un mutamento di regime, con riflessi sul trattamento fiscale riservato ai vitalizi percepiti a fine mandato dai consiglieri. Sia i contributi versati dai Consiglieri che quelli a carico della Regione non concorrono alla formazione del reddito in quanto riconducibili all’art. 51, comma 2, lettera a) del Tuir.


(Vedi risoluzione n. 64 del 2020)

Contributo a fondo perduto - Art. 25 decreto Rilancio - istanze di autotutela

L’articolo 25 del decreto Rilancio ha introdotto un contributo a fondo perduto a favore dei soggetti colpiti dall’emergenza sanitaria da Covid-19.
Il 13 agosto 2020 sono scaduti i termini per la presentazione delle istanze per il riconoscimento del contributo a fondo perduto (per gli eredi che continuano l’attività per conto del soggetto deceduto la scadenza è stata il 24 agosto scorso). Diverse associazioni di categoria hanno fatto pervenire segnalazioni di istanze che a seguito di errori riscontrati hanno portato gli utenti a ricevere meno contributi rispetto a quelli spettanti. Altre segnalazioni hanno riguardato le istanze trasmesse a ridosso della scadenza dei 60 giorni di tempo, per le quali il sistema ha inviato una seconda ricevuta di scarto oltre i 5 giorni lavorativi successivi alla scadenza e l’utente non è stato in grado di trasmettere l’istanza sostitutiva con la correzione dell’errore, in quanto il sistema l’ha respinta per decorrenza dei termini. Per sanare tale situazione il soggetto interessato chiede se può presentare istanza volta alla revisione, in autotutela, dell’esito di rigetto o dell’entità del contributo erogato sulla base di quella già inviata alle Entrate nel periodo di vigenza del processo.

Il modello dell’istanza va trasmesso via Pec insieme ad una nota con la quale il soggetto richiedente il contributo specifica in modo puntuale i motivi dell’errore o l’impossibilità di trasmettere nei termini l’istanza sostitutiva di istanza per la quale il sistema ha consegnato una seconda ricevuta di scarto. Al riguardo le Direzioni provinciali delle Entrate le valuteranno puntualmente tenendo conto delle motivazioni presentate dagli utenti e dell’eventuale documentazione prodotta. Qualora dall’esame dell’istanza dovesse emergere l’irregolarità, l’ufficio potrà effettuare ulteriori istruttorie volte ad accertare l’eventuale tentativo di truffa. Se dal predetto esame sarà confermato l’esito comunicato in relazione alla istanza iniziale trasmessa nel periodo 15 giugno - 13 agosto, ad esempio risultando corretto l’importo del contributo già erogato, l’Ufficio notificherà motivato diniego di annullamento/revisione, recante avvertenze per l’impugnazione davanti alla competente Commissione tributaria, esclusivamente per vizi propri, in conformità ai principi in materia di impugnabilità del diniego di autotutela.
Qualora dall’esame dell’istanza dovesse emergere la correttezza della stessa, l’Agenzia provvederà ad effettuare il mandato di pagamento della quota parte del contributo a fondo perduto ancora spettante.


(Vedi risoluzione n. 65 del 2020)

Deducibilità ai fini della determinazione del reddito di lavoro autonomo dei contributi previdenziali e assistenziali versati dai notai alla Cassa Nazionale del Notariato

Con la risoluzione n. 79/E dell’8 marzo 2002 l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che i contributi previdenziali e assistenziali obbligatori versati per legge dai notai alla Cassa Nazionale del Notariato si deducono esclusivamente dal reddito complessivo del contribuente non essendo deducibili nella determinazione del reddito di lavoro autonomo.
Più precisamente tali contributi non possono rappresentare un costo sostenuto in funzione della produzione del reddito di lavoro autonomo. Non è pertanto condivisibile il principio espresso dalla Cassazione nella sentenza n. 2781 del 26 febbraio 2001, secondo cui i contributi dei notai vanno dedotti in sede di determinazione del reddito di lavoro autonomo, in quanto spese inerenti all’attività professionale svolta. La Suprema corte ha continuato nel tempo ad emanare pronunce contrarie alla tesi del Fisco. Nel 2018, con l’ordinanza n. 321, ha confermato la deducibilità di tali contributi nella determinazione del reddito di lavoro autonomo, in quanto costi inerenti all’attività professionale. Preso atto del consolidato indirizzo sfavorevole della giurisprudenza di legittimità, deve considerarsi superato quanto affermato nella risoluzione n. 79/E/2002 e va riconosciuta ai contributi previdenziali e assistenziali obbligatori per legge versati dai notai alla Cassa Nazionale del Notariato la deducibilità ai fini della determinazione del reddito di lavoro autonomo e, quindi, del calcolo della base imponibile Irap.


(Vedi risoluzione n. 66 del 2020)

Imponibilità Iva dei servizi di gestione sinistri nell’ambito dei rapporti di riassicurazione dei rischi nel ramo 18 (Assistenza)

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 63/E del 5 ottobre 2020, ha fornito chiarimenti in merito al regime Iva applicabile alle prestazioni di servizi relative alle attività di gestione sinistri svolte da società assicurative operanti nel ramo n. 18 ‘Assistenza’, nell’ambito di contratti di riassicurazione. La Direzione Regionale ha contestato l’omesso assoggettamento ad Iva delle predette attività di gestione, disconoscendone la natura di operazioni esenti.
Secondo la Direzione centrale il contratto di riassicurazione, nell’ambito del quale si inserisce il mandato alla gestione sinistri, non crea un rapporto sinallagmatico tra l’assicurato e il riassicuratore. Le prestazioni relative alle operazioni di riassicurazione non presentano le caratteristiche tipiche della intermediazione nel settore assicurativo. L’attività di cui trattasi non comporta, infatti la ricerca di clienti e la messa in relazione con l’assicuratore diretto. Nel caso analizzato, l’impossibilità di configurare l’attività della società quale attività di mediazione o intermediazione comporta il mancato riconoscimento del requisito di accessorietà alle attività di gestione e liquidazione dei sinistri.
Pertanto, tali attività poste in essere dalle società riassicuratrici, in assenza dei presupposti per l’applicazione dei regimi di esenzione Iva, sono da considerare imponibili.
Tenuto conto della complessità della questione, delle condizioni di obiettiva incertezza della norma e dell’assenza di precedenti di prassi amministrativa, non trovano applicazione le sanzioni per le violazioni commesse prima della pubblicazione della presente risoluzione.


(Vedi risoluzione n. 63 del 2020)

Trattamento fiscale dello sconto riconosciuto ai dipendenti per l’acquisto diretto di beni a seguito di apposita convenzione stipulata dal datore di lavoro

La società istante gestisce, per sé e per conto terzi, i centri logistici situati in Italia. Il suo capitale sociale è interamente posseduto da una società europea di e-commerce, specializzata nelle vendite online.
La società richiedente riconosce ai dipendenti uno sconto del 40% sui prodotti acquistati dagli stessi sulla piattaforma web della società di e-commerce. L’importo massimo di spesa, per dipendente, è pari a 1.080,00 euro annui. Lo sconto è concesso in ragione di una convenzione tra la società istante, in qualità di datore di lavoro, e la società di e-commerce, in qualità di fornitore.
Con l’istanza di interpello si chiede di conoscere il trattamento fiscale applicabile, ai fini della determinazione del reddito di lavoro dipendente, a questa forma di scontistica concessa sulla base della convenzione anzidetta.
L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 57/E del 25 settembre 2020, risponde al quesito sottoposto dalla società istante.
L’articolo 51, comma 3, del Tuir individua nel ‘valore normale’ il criterio di valorizzazione di beni e servizi rilevanti ai fini della determinazione del reddito di lavoro dipendente. Tale valore normale può essere costituito anche dal prezzo scontato, praticato dal fornitore sulla base della convenzione stipulata dal datore di lavoro.
Nella fattispecie in esame trovano applicazione i chiarimenti forniti, dal momento che la società istante, datore di lavoro, in virtù di apposita convenzione con il fornitore (la società di e-commerce) consente ai propri dipendenti di acquistare beni commercializzati da quest’ultima ad un prezzo scontato.
Il documento di prassi amministrativa conclude sostenendo che nella situazione rappresentata non si genera materia fiscalmente imponibile, dal momento che il valore normale dei beni acquistati dai dipendenti è pari a quanto corrisposto da quest’ultimi.


(Vedi risoluzione n. 57 del 2020)

Istituzione dei codici tributo per il versamento dei contributi forfettari dovuti per l’emersione del ‘lavoro nero’

Il decreto Rilancio, convertito, con modificazioni, nella legge n. 77 del 17 luglio 2020, consente ai datori di lavoro di regolarizzare rapporti di lavoro ‘a nero’ con cittadini italiani o stranieri presenti in Italia. A tal fine il datore di lavoro è tenuto al pagamento di un contributo forfettario per le somme dovute a titolo retributivo, contributivo e fiscale, in merito ai rapporti di lavoro irregolari oggetto di emersione.
Per i settori dell’agricoltura, allevamento, zootecnia, pesca e acquacoltura le somme dovute a titolo di contributo forfettario, per ciascun mese o frazione di mese, ammontano a 300,00 euro. L’importo scende invece a 156,00 euro per i settori dell’assistenza alla persona (soggetti affetti da patologie o disabilità) e per il settore di lavoro domestico.
Per consentire il pagamento dei contributi forfettari, tramite il modello ‘F24 Versamenti con elementi identificativi’, l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 58/E del 25 settembre 2020, ha istituito i seguenti codici tributo:

  • ‘CFZP’ denominato ‘Contributo forfettario 300 euro - emersione lavoro irregolare - settori agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse -DM 7 luglio 2020’;

  • ‘CFAS’ denominato ‘Contributo forfettario 156 euro - emersione lavoro irregolare - settori assistenza alla persona - DM 7 luglio 2020’;

  • CFLD’ denominato ‘Contributo forfettario 156 euro - emersione lavoro irregolare - settore lavoro domestico e sostegno al bisogno familiare - DM 7 luglio 2020’.
E’ bene ricordare che è esclusa la possibilità di avvalersi della compensazione per il versamento del contributo forfettario.


(Vedi risoluzione n. 58 del 2020)

Istituzione dei codici tributo per il versamento delle sanzioni amministrative pecuniarie di pertinenza dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Direzione Giochi

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 59/E del 25 settembre 2020, ha istituito i codici tributo per il versamento, tramite il modello ‘F24 Accise’ delle sanzioni amministrative pecuniarie di cui agli articoli 27, commi 8 e 9, 28 e 31, comma 1, del decreto legge 26 ottobre 2019 n. 124 e all’articolo 9-quater del decreto legge 12 luglio 2018 n. 87.
Parliamo dei codici tributo richiesti dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, direzione Giochi, per il versamento delle sanzioni amministrative di giochi e scommesse per le quali non è possibile accedere alla compensazione. I nuovi codici tributo sono:

  • ‘5473’ denominato ‘Sanzione pecuniaria amministrativa di cui all’art. 27, comma 8 - Decreto legge n. 124/2019’;
  • ‘5474’ denominato ‘Sanzione pecuniaria amministrativa di cui all’art. 27, comma 9 - Decreto legge n. 124/2019’;
  • ‘5475’ denominato ‘Sanzione pecuniaria amministrativa di cui all’art. 28 - Decreto legge n. 124/2019’;
  • ‘5476’ denominato ‘Sanzione pecuniaria amministrativa di cui all’art. 31, comma 1 - Decreto legge n. 124/2019’;
  • ‘5477’ denominato ‘Sanzione pecuniaria amministrativa di cui all’art. 9-quater - Decreto legge n. 87/2018’.

Le sanzioni amministrative pecuniarie sono dovute in caso di mancata iscrizione al registro unico degli operatori del gioco pubblico, se i concessionari intrattengono rapporti contrattuali funzionali per le attività di gioco con soggetti diversi da quelli iscritti nel suddetto registro. Parimenti sanzionate sono le società che emettono carte di credito o trasferiscono denaro ad operatori che nel territorio dello Stato offrono giochi, scommesse o concorsi pronostici con vincite in denaro in difetto di concessione, autorizzazione, licenza. La sanzione amministrativa è anche a carico del gestore che risulti debitore dell’imposta unica o del gestore che non rimuova gli apparecchi privi dei meccanismi per impedire l’accesso al gioco ai minori di età.


(Vedi risoluzione n. 59 del 2020)

Superbonus – Interventi realizzati sulle parti comuni di un edificio in condominio e sulle singole unità immobiliari – Limiti di spesa

Con la risoluzione n. 60/E del 28 settembre 2020 l’Agenzia delle Entrate risponde all’istanza di interpello concernente gli interventi finalizzati all’efficienza energetica e alla riduzione del rischio sismico disciplinati dagli articoli 119 e 121 del decreto Rilancio e dall’articolo 14 del decreto legge n. 63/2016.
L’istante evidenzia la volontà di effettuare lavori su un condominio composto da quattro unità immobiliari con interventi di riduzione del rischio sismico, il restauro della facciata, la posa in opera di un cappotto termico, la sostituzione delle finestre e dei portoni esterni, il cambiamento delle soglie alle finestre e il riposizionamento in facciata di cerniere e ferramenta delle persiane a seguito dell’installazione del cappotto. Tra i lavori in progetto trovano posto anche l’installazione di pannelli solari termici, di pannelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica e dei sistemi di accumulo integrati e, ancora, di infrastrutture per la ricarica dei veicoli elettrici. Inoltre, ogni unità immobiliare provvederà a sostituire gli impianti di climatizzazione.
All’Agenzia delle Entrate si chiedono chiarimenti in merito ai limiti di spesa ammessi, non essendo chiaro se i valori indicati nella Guida delle Entrate siano riferiti ‘ad unità familiari o a singole unità abitative condominiali’. Tra i dubbi trova posto anche la possibilità o meno che, in assenza di un impianto di riscaldamento condominiale centralizzato, la sostituzione dell’impianto di riscaldamento della singola unità immobiliare possa fruire del 110% se effettuato congiuntamente all’installazione di un cappotto termico.

Il decreto Rilancio ha introdotto una detrazione del 110% per le spese sostenute dal 1°luglio 2020 al 31 dicembre 2021 a fronte di interventi finalizzati al miglioramento dell’efficienza energetica e al consolidamento statico degli edifici.
Le nuove disposizioni si affiancano all’ecobonus, al sismabonus già in vigore e al bonus facciate previsto quest’ultimo per l’anno 2020.
I soggetti che negli anni 2020 e 2021 sostengono spese per interventi di riqualificazione energetica degli edifici e per la riduzione del rischio sismico possono accedere al Superbonus che prevede la detrazione delle spese sostenute in cinque quote annuali di pari importo. In luogo dell’utilizzo diretto della detrazione è possibile avvalersi dello sconto in fattura praticato dal fornitore che ha effettuato gli interventi o della cessione del credito d’imposta corrispondente alla detrazione a soggetti terzi, compresi istituti di credito e intermediari finanziari.

L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato una Guida lo scorso luglio dedicata al ‘Superbonus al 110%’ che insieme alla circolare n. 24/E dell’8 agosto 2020 possono costituire punti di riferimento importanti. La maxi detrazione distingue tra interventi ‘trainanti’ e ‘trainati’. Tra i primi trovano posto le spese per la riqualificazione energetica, come l’installazione di un cappotto termico, e per l’adozione di misure antisismiche. Tra i secondi troviamo, ad esempio, la sostituzione degli infissi che dovrà tuttavia avvenire congiuntamente ad un intervento trainante. I lavori effettuati su parti comuni di condomini possono essere sia ‘trainanti’ che ‘trainati’. Quelli su singole unità immobiliari residenziali all’interno di condomini, solo ‘trainati’.

In merito ai limiti di spesa ammessi al Superbonus, la norma stabilisce che se gli interventi di isolamento termico delle superfici opache sono realizzati su edifici in condominio, la detrazione è calcolata su un ammontare complessivo delle spese di importo variabile in funzione del numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio. Se il numero delle unità va da due ad otto, il limite massimo di spesa ammesso al Superbonus è pari a 40mila euro, moltiplicato per il numero delle unità immobiliari. Nel caso sottoposto, essendo l’edificio composto da quattro unità immobiliari, il predetto limite è pari a 160mila euro.

Per gli interventi finalizzati alla riduzione del rischio sismico la detrazione del sismabonus è elevata al 110% per le spese sostenute dal 1°luglio 2020 al 31 dicembre 2021. Essa è calcolata su un ammontare massimo di spesa pari a 96mila euro per unità immobiliare per ciascun anno. Per gli interventi sulle parti comuni che comportano la riduzione da una a due classi del rischio sismico, la detrazione si applica su un ammontare delle spese non superiore a 96mila euro moltiplicato per il numero delle unità immobiliari dello stabile. Nel caso analizzato, essendo l’edificio composto da quattro unità immobiliari, il limite massimo di spesa ammesso al Superbonus è pari a 384mila euro. Per gli interventi realizzati su parti comuni di condomini, l’ammontare di spesa determinato in funzione delle unità immobiliari, costituisce il limite massimo di spesa agevolabile riferito all’intero edificio e non quello riferito alle singole unità che lo compongono. Ogni condomino potrà calcolare la detrazione in funzione della spesa a lui imputata in base ai millesimi di proprietà. Nel caso in esame ciascun condomino potrà calcolare la detrazione anche su un importo di spesa a lui imputata superiore a 40mila euro o a 96mila euro nel caso in cui siano realizzati interventi, rispettivamente, di isolamento termico delle superfici opache o di riduzione del rischio sismico. Gli interventi ammessi al sismabonus sono disciplinati dall’articolo 16-bis del Tuir a cui rinvia l’art. 16 del decreto legge n. 63/2013. Per effetto del predetto rinvio gli interventi ammessi al sismabonus non possono fruire di un autonomo limite di spesa in quanto non costituiscono una nuova categoria di interventi agevolabili. Per questi interventi il limite massimo di spesa è pari a 96mila euro per il numero delle unità immobiliari dell’edificio.

Come già anticipato, la maxi detrazione spetta anche per gli interventi cd ‘trainati’. Ne sono un esempio la sostituzione delle finestre e dei portoni esterni. Per tali interventi la detrazione massima spettante è pari a 60mila euro per ciascun immobile. Vi rientrano anche l’installazione di pannelli solari per la produzione di acqua calda (detrazione massima spettante pari a 60mila euro per ciascun immobile) e la sostituzione di impianti di climatizzazione invernale (detrazione massima pari a 30mila euro per ciascun immobile). L’Agenzia precisa che tale detrazione spetta anche qualora venga sostituito l’impianto delle singole unità immobiliari all’interno del condominio in assenza di un impianto termico centralizzato. Tra gli interventi ‘ trainati’ figura pure l’installazione di colonnine per la ricarica delle auto elettriche. Il Superbonus si applica alle spese sostenute, su un ammontare massimo pari a 3mila euro. I costi comprendono l’installazione delle infrastrutture e l’aumento di potenza del contatore fino ad un massimo di 7 kW.

Il 110% trova applicazione solo se gli interventi cd ‘trainati’ sono eseguiti congiuntamente ad almeno un intervento cd ‘trainante’ ed a patto che assicurino un miglioramento di due classi energetiche o, se impossibile, il conseguimento della classe energetica più alta da dimostrare mediante Ape.
Tra gli interventi ‘trainati’ che beneficiano della maxi detrazione troviamo poi l’installazione di impianti solari fotovoltaici e di sistemi di accumulo. È necessario, però, che l’installazione degli impianti sia eseguita congiuntamente ad uno degli interventi ‘trainanti’ (efficienza energetica o adozione di misure antisismiche) e che l’energia non auto-consumata sia ceduta in favore del GSE. La spesa agevolabile non può essere superiore a 48mila euro e, comunque, nel limite di spesa di 2.400 euro per ogni kW di potenza nominale dell’impianto solare fotovoltaico. La detrazione è riconosciuta anche in caso di installazione di sistemi di accumulo alle stesse condizioni.

In merito ai limiti di spesa ammessi al Superbonus il Mise ha chiarito che il tetto di 48mila euro per l’installazione degli impianti solari fotovoltaici va distinto da quello per i sistemi di accumulo integrati nei predetti impianti. Il parere supera la circolare 24/E/2020 che stabiliva in 48mila euro il limite cumulativo per l’installazione degli impianti solari fotovoltaici e dei sistemi di accumulo integrati nei predetti impianti.

Ai fini del 110% le spese sostenute per gli interventi ‘trainanti’ devono essere effettuate nel periodo di vigenza dell’agevolazione, mentre gli interventi ‘trainati’ devono essere sostenuti nel periodo di vigenza dell’agevolazione e nell’intervallo di tempo tra la data di inizio e la data di fine lavori per la realizzazione degli interventi ‘trainanti’.

Come evidenziato nella circolare n. 24/E/2020 nel caso in cui sul medesimo immobile siano effettuati più interventi agevolabili, il limite massimo di spesa ammesso alla detrazione è costituito dalla somma degli importi previsti per ciascuno degli interventi realizzati. Se, dunque, nel condominio - come prospettato nell’istanza di interpello - viene installato un cappotto termico ed effettuati lavori antisismici (interventi trainanti), nonché la sostituzione di portoni esterni, l’installazione di pannelli solari e di pannelli fotovoltaici e relativi sistemi di accumulo e, ancora, di colonnine per la ricarica di veicoli elettrici (interventi trainati), il limite massimo di spesa ammesso al Superbonus sarà costituito dalla somma degli importi previsti per ciascuno di tali interventi. Per fruire della detrazione sarà necessario contabilizzare distintamente le spese effettuate riferite ai diversi interventi nel rispetto degli adempimenti previsti per ciascuna detrazione. Il 110% si applica anche ai costi per la sostituzione delle soglie delle finestre e per il riposizionamento di cerniere e ferramenta delle persiane.

Ogni condomino potrà calcolare la detrazione in funzione della spesa a lui imputata in base ai millesimi di proprietà. L’esecuzione nelle parti comuni del condominio di almeno un intervento ‘trainante’ consente a ciascun condomino di fruire del 110% anche per gli interventi ‘trainati’ posti in essere sulle singole unità immobiliari. Per i condomini, il limite massimo di spesa ammesso alla detrazione sarà costituito dalla somma degli importi previsti per ciascuno degli interventi realizzati sulle proprie unità immobiliari a condizione, tuttavia, che siano distintamente contabilizzate le spese riferite ai diversi interventi e siano rispettati gli adempimenti previsti in relazione a ciascuna detrazione.
L’articolo 119 del decreto Rilancio prevede che in caso di interventi ‘trainati’ finalizzati al risparmio energetico realizzati sulle singole unità immobiliari, il Superbonus spetta per le spese sostenute per interventi realizzati su un massimo di due unità immobiliari. La maxi detrazione è fruibile anche per gli interventi realizzati sulle parti comuni del condominio, indipendentemente dal numero delle unità immobiliari possedute all’interno dello stesso.

Il restauro della facciata è fuori dal Superbonus in quanto rientrante nel ‘bonus facciate’ che prevede la detrazione al 90% delle spese sostenute nell’anno 2020. Anche per il ‘bonus facciate’ è possibile avvalersi, in luogo dell’utilizzo diretto della detrazione, dello sconto in fattura o della cessione del credito d’imposta così come previsto per il Superbonus.


(Vedi risoluzione n. 60 del 2020)

Istituzione del codice tributo per il versamento delle sanzioni amministrative pecuniarie irrogate dalla Consob

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 61/E del 30 settembre 2020, ha istituito i codici tributo per il versamento, tramite il modello Versamenti con elementi identificativi (F24 ELIDE), delle sanzioni amministrative pecuniarie irrogate dalla Consob.
Lo scorso 28 settembre l’Agenzia delle Entrate e la Commissione Nazionale per le Società e la Borsa hanno stipulato la convenzione per disciplinare l’attività di riscossione delle somme dovute a seguito dell’attività di riscossione dell’ente di tutela dei risparmiatori e degli investitori. I nuovi codici tributo sono i seguenti:

  • ’CBSE’ denominato ‘sanzioni amministrative pecuniarie di competenza della CONSOB - Dlgs n. 58 del 24 febbraio 1998 - quota STATO’;
  • ‘CBSC’ denominato ‘sanzioni amministrative pecuniarie di competenza della CONSOB - Dlgs n. 58 del 24 febbraio 1998 - quota CONSOB’;

La Consob ha istituito nel proprio bilancio il Fondo per la tutela stragiudiziale dei risparmiatori e degli investitori al fine di favorire la risoluzione delle controversie.


(Vedi risoluzione n. 61 del 2020)

Chiarimenti su quanto espresso nella risoluzione n. 47/E/2020 in merito alla nuova disciplina Iva sui servizi di locazione e noleggio di imbarcazioni da diporto

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 62/E del 30 settembre 2020, risponde alle richieste di chiarimenti da più parti pervenute in seguito alle ultime modifiche normative apportate dal decreto legge n. 76 del 16 luglio 2020 convertito, con modificazioni nella legge n. 120 dell’11 settembre 2020.
Alle operazioni di noleggio, locazione e simili, a breve termine e non a breve termine, di imbarcazioni da diporto concluse anteriormente alla data del 1°novembre 2020, possono continuare ad applicarsi, in virtù delle novità normative, le percentuali indicative del presumibile utilizzo delle imbarcazioni al di fuori delle acque territoriali dell’Unione europea, così come stabilite con le circolari n. 49/E/2002, n. 38/E/2009 e n. 43/E/2011.
La precisazione si è resa necessaria dopo le richieste di chiarimenti sulla portata da attribuire alla locuzione ‘Alle operazioni… effettuate anteriormente alla data del 1°novembre 2020’ riportata nella risoluzione n. 47/E del 17 agosto 2020.
Questo per delimitare, sul piano temporale, la corretta disciplina applicabile, a seguito delle modifiche apportate alla legge di Bilancio 2020 dall’articolo 48, comma 7, del decreto Semplificazioni.


(Vedi risoluzione n. 62 del 2020)

Soglia del 10% - Versamenti Iva – Scissione dei pagamenti e inversione contabile – Trasparenza fiscale e liquidazione Iva di gruppo
È dedicata alla ‘soglia del 10%’, ossia ai complessivi versamenti registrati nel conto fiscale per un importo non inferiore al 10% dell’ammontare dei ricavi o compensi risultanti dalle dichiarazioni dei redditi, la risoluzione n. 53/E del 22 settembre 2020 dell’Agenzia delle Entrate.
Al fine di contrastare comportamenti fraudolenti l’obbligo di versamento dell’Iva è trasferito dall’impresa appaltatrice, affidataria o subappaltatrice al committente, pubblico o privato, obbligato allo split payment (scissione dei pagamenti) e per le operazioni soggette al regime del cd reverse charge (inversione contabile). Dunque, nel calcolo della soglia del 10%, tra i versamenti, trova posto l’Iva relativa alle opere realizzate dalle imprese appaltatrici, affidatarie o subappaltatrici della Pubblica amministrazione.

Nel documento di prassi amministrativa si chiedeva come determinare ‘i complessivi versamenti registrati nel conto fiscale per un importo non inferiore al 10% dell’ammontare dei ricavi o compensi’. Il quesito sottoposto domandava, in particolare, se, per il calcolo della soglia del 10%, le imprese appaltatrici, affidatarie o subappaltatrici potessero considerare anche i versamenti relativi alle operazioni soggette ai meccanismi dello split payment e del reverse charge e, parimenti, se nel suddetto calcolo rientrassero, tra i versamenti, l’ ‘imposta teorica’ corrispondente al reddito della società, imputato a ciascun socio, indipendentemente dall’effettiva percezione, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili, e ‘l’imposta sul valore aggiunto teorica’ risultante dalla liquidazione periodica della società controllata, ma assolta dall’ente controllante, nell’ipotesi di esercizio dell’opzione per la liquidazione Iva di gruppo.
L’Agenzia fa presente che l’articolo 17-bis, comma 5, del decreto legislativo n. 241/1997 stabilisce che: ‘Gli obblighi previsti dal presente articolo non trovano applicazione qualora le imprese appaltatrici o affidatarie o subappaltatrici di cui al comma 1 comunichino al committente, allegando la relativa certificazione, la sussistenza, nell’ultimo giorno del mese precedente a quello della scadenza prevista dal comma 2, dei seguenti requisiti:

  • risultino in attività da almeno 3 anni, siano in regola con gli obblighi dichiarativi e abbiano eseguito, nel corso dei periodi d’imposta cui si riferiscono le dichiarazioni dei redditi presentate nell’ultimo triennio, complessivi versamenti registrati nel conto fiscale per un importo non inferiore al 10% dell’ammontare dei ricavi o compensi risultanti dalle dichiarazioni medesime;

  • non abbiano iscrizioni a ruolo o accertamenti esecutivi o avvisi di addebito affidati agli agenti della riscossione relativi alle imposte sui Redditi, all’Irap, alle ritenute e ai contributi previdenziali per importi superiori a 50mila euro, per i quali i termini di pagamento siano scaduti e siano ancora dovuti pagamenti o non siano in essere provvedimenti di sospensione. Le disposizioni di cui al periodo precedente non trovano applicazione per le somme oggetto di piani di rateazione per i quali non sia intervenuta decadenza’.

In merito al primo requisito le Entrate ritengono che, ai fini del calcolo della soglia del 10% dell’ammontare dei ricavi o compensi, tra i versamenti, trovi posto l’Iva relativa alle operazioni rese dalle imprese appaltatrici, affidatarie o subappaltatrici alla Pa, obbligati allo split payment. In relazione alle operazioni rese nei confronti di una pubblica amministrazione, il debito d’imposta nei confronti dell’Erario ricade sul cedente o prestatore. E per contrastare comportamenti fraudolenti viene spostato sull’ente pubblico l’obbligo di versare l’Iva. Per queste ragioni, ai fini del calcolo della ‘soglia del 10%’ vanno conteggiati tra i versamenti delle imprese appaltatrici, affidatarie o subappaltatrici le somme riguardanti l’Iva relativa alle operazioni soggette allo split payment.

Analogamente, anche se per ragioni in parte diverse, si perviene alle stesse conclusioni in merito alle operazioni soggetti al regime dell’inversione contabile. Come evidenziato nella circolare n. 14/E/2015, infatti, tale meccanismo ‘comporta che gli obblighi relativi all’applicazione dell’Iva debbano essere adempiuti dal soggetto passivo cessionario o committente, in luogo del cedente o del prestatore’ ed è adottato dagli Stati membri ‘in deroga alla procedura normale di applicazione dell’Iva’ con lo scopo di ‘contrastare le frodi in particolari settori a rischio, evitando che il cessionario porti in detrazione l’imposta che il cedente non provvede a versare all’Erario’.
Al pari dello split payment, per le stesse ragioni, anche in queste operazioni il versamento e, in questo caso, l’applicazione dell’imposta sono spostati dall’impresa appaltatrice, affidataria o subappaltatrice al committente. La conseguenza è che anche l’Iva assolta dal committente in regime di inversione contabile può essere ricompresa nei versamenti per il calcolo della soglia del 10%.

In merito ai quesiti formulati con riguardo alla possibilità di considerare nel calcolo della soglia del 10%, tra i versamenti, anche l’ ‘imposta teorica’ corrispondente al reddito della società, imputato per trasparenza ai soci e l’ ‘imposta sul valore aggiunto teorica’ risultante dalla liquidazione periodica della società controllata, ma assolta dall’ente controllante, nel caso di opzione per la liquidazione Iva di gruppo, l’Agenzia ritiene possibile includere, tra i versamenti, anche le suddette imposte teoriche. Ciò, in analogia con quanto chiarito con la circolare n. 1/E/2020 per i soggetti aderenti al consolidato fiscale per i quali ‘ ai fini della determinazione dei complessivi versamenti del numeratore, può essere fatta valere anche l’ ‘imposta teorica’ corrispondente al reddito complessivo proprio di cui all’art. 121 del Tuir attribuito al consolidato fiscale delle imposte’.
Ed infatti, al pari del regime del consolidato fiscale, anche i regimi della trasparenza fiscale e della liquidazione Iva di gruppo, si contraddistinguono per il fatto che il debito tributario matura, in via autonoma, in capo a ciascuna delle società aderenti, che provvedono alla liquidazione della relativa imposta, mentre il solo assolvimento del debito tributario viene eseguito da un altro soggetto, legato al primo da rapporti di partecipazione/controllo.


(Vedi risoluzione n. 53 del 2020)

Regime fiscale dei contributi versati all’Ente Bilaterale di categoria e delle prestazioni erogate dal medesimo ente – Articoli 6 e 51 del Tuir

Con la risoluzione n. 54/E del 25 settembre 2020 l’Agenzia delle Entrate risponde all’istanza di interpello formulata da una società che chiedeva di conoscere la corretta disciplina fiscale applicabile ai contributi che la stessa versa all’Ente Bilaterale di categoria in relazione a eventuali obblighi di sostituzione di imposta.
L’Amministrazione finanziaria già in passato ha avuto modo di chiarire che i contributi versati all’ente bilaterale dal datore di lavoro e dal lavoratore concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente, in quanto non rientrano nell’ipotesi di esclusione dal reddito previste dall’art. 51, comma 2, lettera a) del Tuir. Tale norma non consente, infatti, di escludere dalla formazione del reddito di lavoro dipendente i contributi aventi finalità assistenziali non obbligatori, quali quelli versati agli enti bilaterali sulla base di accordi contrattuali. Ciò non vale qualora il contratto preveda soltanto l’obbligo per il datore di lavoro di fornire talune prestazioni assistenziali e lo stesso, per garantirsi una copertura economica, scelga di iscriversi ad un ente o ad una cassa nel suo esclusivo interesse. Il pagamento, in questo caso, non genera materia imponibile per i lavoratori.
Affinché i contributi assistenziali versati dai datori di lavoro siano imponibili nei confronti dei lavoratori, è necessario che questi siano riferibili alla posizione di ogni singolo dipendente. Nel caso analizzato la contribuzione all’Ente è ad esclusivo carico della società istante che versa, con cadenza trimestrale, la contribuzione dovuta per il trimestre precedente, determinata moltiplicando il contributo di 21 euro per la ‘forza media’ del trimestre di competenza. Per ‘forza media’ del trimestre si intende il numero medio di unità lavorative presenti in azienda nel corso del trimestre immediatamente precedente al mese di versamento.
Il contributo che la società versa all’Ente non ha alcun collegamento diretto con ciascun singolo lavoratore. L’Amministrazione finanziaria non ravvisa in tale contribuzione una componente reddituale nei confronti dei dipendenti; ne consegue che i predetti contributi non costituiscono reddito ai sensi del comma 1, dell’art. 51 del Tuir.
Dal punto di vista fiscale le predette prestazioni assistenziali saranno assoggettate a tassazione a nulla rilevando che i contributi versati dal datore di lavoro non siano stati assoggettati a tassazione quali redditi di lavoro dipendente.


(Vedi risoluzione n. 54 del 2020)

Trattamento fiscale dei benefit offerti a categorie di dipendenti nell’ambito di un Piano welfare aziendale – Articoli 51 del Tuir

Per motivare i propri dipendenti una società ha deciso di adottare un piano welfare a carattere premiale che interessa i lavoratori con almeno due anni di anzianità di servizio e che svolgono almeno sei ore di lavoro al giorno.
Il Piano welfare riconosce un credito welfare per l’anno 2020 al raggiungimento di un obiettivo minimo di fatturato per l’annualità 2019. L’importo del credito è graduato per livello di inquadramento e anzianità di servizio e riparametrato in caso di fatturato inferiore all’obiettivo prestabilito.

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 55/E del 25 settembre 2020, risponde alla società istante che domanda se ai benefit previsti nel Piano welfare sia applicabile il regime di esclusione da imposizione sul reddito di lavoro dipendente previsto dall’art. 51, comma 2, lettera f) e f-bis) del Tuir, nonché se sia interamente deducibile, ai fini Ires, il costo sostenuto dalla stessa per l’anno d’imposta 2019, senza incorrere nella limitazione della deducibilità del solo 5 per mille prevista dall’art. 100 del medesimo Testo Unico.

L’articolo 51, comma 1, del Tuir sostiene che costituiscono reddito di lavoro dipendente ‘tutte le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro’. Pertanto, sia gli emolumenti in denaro, sia i valori corrispondenti di beni e/o servizi percepiti dal dipendente costituiscono redditi imponibili e concorrono alla determinazione del reddito di lavoro dipendente (c.d. principio di onnicomprensività).
Il comma 2 e 3 dell’articolo 51 individua, tuttavia, specifiche deroghe elencando opere, servizi e prestazioni che non concorrono a formare la base imponibile o vi concorrono solo in parte. La non concorrenza al reddito di lavoro dipendente deve essere coordinata col principio di onnicomprensività che riconosce l’applicazione residuale delle predette deroghe, in ragione della circostanza che i benefit ivi previsti non sempre assumono una connotazione reddituale.
Pertanto, qualora tali benefit rispondano a finalità retributive, il regime di totale o parziale esenzione non può trovare applicazione.
In relazione all’applicabilità del regime di favore, previsto dall’articolo 51, commi 2 e 3, del Tuir, ai benefit rientranti nel Piano welfare in esame, si osserva quanto segue.
L’articolo 51, comma 2, del Tuir stabilisce che i benefit rientranti nel Piano welfare devono essere messi a disposizione della generalità dei dipendenti e non a singoli lavoratori, intendendo per dipendenti non categorie come dirigenti o operai ma un certo ‘tipo’ o un certo ‘livello’ o ‘qualifica’. Non concorrono al reddito di lavoro dipendente le somme erogate o rimborsate dal datore di lavoro per l’acquisto di abbonamenti al trasporto pubblico locale, regionale o interregionale del dipendente e dei familiari. Parimenti non concorrono a formare reddito di lavoro dipendente opere e servizi aventi finalità di educazione, istruzione, assistenza sanitaria e sociale offerti dal datore di lavoro ai dipendenti e familiari. Sono invece imponibili le somme di denaro erogate ai dipendenti a titolo di rimborso spese, anche se documentate e impiegate per opere e servizi aventi le predette finalità. Secondo l’Agenzia la non imponibilità di opere o servizi si configura solo quando al dipendente venga riconosciuta la possibilità di aderire o meno all’offerta del datore di lavoro, senza poter pattuire altri aspetti relativi alla fruizione dell’opera/servizio, fatto salvo il momento di utilizzo del benefit. Qualora, infatti, l’opera e/o il servizio fossero predisposti dal datore o da un terzo erogatore in ragione di specifiche esigenze del singolo lavoratore e con le modalità da lui richieste, si configurerebbe, infatti, un aggiramento del divieto di erogare la prestazione in denaro.
Non concorrono alla formazione del reddito di lavoro dipendente l’offerta di corsi di lingua, informatica, musica, danza, teatro, abbonamenti a palestre o cicli di terapie mediche come pure i servizi di educazione istruzione per i familiari del dipendente erogati dal datore di lavoro.

L’Agenzia delle Entrate, già con la circolare n. 28/E/2016, ha precisato che trovano posto nel regime fiscale di favore i contributi versati dal datore di lavoro per le spese di iscrizione alla scuola materna e all’asilo, per le rette scolastiche, le tasse universitarie, i libri di testo scolastici, il servizio di trasporto scolastico, il rimborso di spese per gite didattiche e visite d’istruzione nonché per i servizi di baby-sitting.
Non concorrono, invece, a formare il reddito di lavoro del dipendente i rimborsi spesa e le prestazioni erogate dal datore di lavoro per la fruizione dei servizi di assistenza a familiari anziani o non autosufficienti. Affinché i rimborsi spesa non risultino imponibili è necessario che nella documentazione comprovante l’utilizzo delle somme sia indicato il soggetto che ha fruito del servizio o della prestazione e la tipologia di servizio/prestazione erogata al fine di verificare che l’utilizzo delle somme sia coerente con le finalità della norma.
Il comma 3 dell’articolo 51 del Tuir prevede che non concorre alla formazione del reddito di lavoro dipendente il valore dei beni ceduti e dei servizi prestati se complessivamente di importo non superiore nel periodo d’imposta a 258,23 euro. Se, tuttavia, il predetto valore risulti superiore a tale limite, lo stesso concorre interamente a formare il reddito.
In merito alle modalità di erogazione di beni, opere e servizi il comma 3-bis prevede che questa può avvenire anche mediante documenti di legittimazione, in formato cartaceo o elettronico, riportanti un valore nominale. Questi possono essere cumulativamente indicati in un unico documento di legittimazione purché di valore complessivo non superiore al limite di 258,23 euro.
L’articolo 51, comma 4, alla lettera b) del Tuir prevede che nell’ipotesi di finanziamento concesso dal datore di lavoro o da terzi, con i quali il datore abbia stipulato accordi o convenzioni, l’importo da far concorrere alla formazione del reddito imponibile del lavoratore è costituito dal 50% dell’ammontare risultante dalla differenza tra gli interessi calcolati al tasso ufficiale di sconto vigente al 31 dicembre di ciascun anno e gli interessi calcolati al tasso praticato dalla banca mutuante. Il criterio del comma 4, lettera b), articolo 51 trova applicazione anche nell’ipotesi in cui il datore di lavoro eroghi sul conto corrente che il dipendente mutuatario ha dedicato al pagamento del mutuo, un contributo aziendale a copertura di una quota degli interessi maturati. In tal caso la somma concorrerà alla formazione del reddito di lavoro dipendente per il 50% dell’ammontare risultante dalla differenza tra gli interessi calcolati al tasso ufficiale di sconto vigente al 31 dicembre di ciascun anno e gli interessi rimasti a carico del dipendente.

Nel caso sottoposto all’attenzione dell’Agenzia delle Entrate si rileva che l’erogazione delle utilità sembra assumere carattere premiale dal momento che il credito welfare è riconosciuto qualora l’azienda raggiunga, nel 2019, un obiettivo minimo di fatturato fissato in euro 60.200.000,00. Dal momento che il Piano welfare della società è rivolto a due categorie di lavoratori (quelli dell’area ‘Service’ e quelli in ‘Headquarter’) si è dell’avviso che viene rispettato il presupposto dell’articolo 51, comma 2. Il benefit previsto nel Piano welfare che riconosce il rimborso delle spese sostenute dal dipendente per l’acquisto di abbonamenti di trasporto pubblico (anche per familiari fiscalmente a carico) non concorre alla formazione del reddito di lavoro dipendente dei lavoratori come pure le ‘utilità’ (servizi) ‘Cinema’, ‘Viaggio’, ‘Benessere’, ‘Musei’, ‘Palestre’, ‘Abbonamenti a riviste’, ‘Corsi di formazione’. Naturalmente il valore di tali benefit non risulterà imponibile se al dipendente venga riconosciuta solo la possibilità di aderire o meno all’offerta del datore, senza poter pattuire altri aspetti dell’opera/servizio, fatto salvo il momento di utilizzo che potrà essere invece concordato.
Nei servizi ‘Benessere’ e ‘Cura alla persona’ rientrano i servizi offerti da centri termali, i corsi di yoga, di tecniche di rilassamento e corretta alimentazione. Nei ‘Corsi di formazione’ trovano posto i corsi di lingua, di cucina, di giardinaggio.
Nel Piano welfare troviamo anche i servizi sanitari per i dipendenti e i loro familiari come chek-up e carte Ubi MyCare che assicurano assistenza sanitaria telefonica Medico H24; consulenza veterinaria.

Non concorre al reddito di lavoro dipendente l’utilizzazione delle opere e dei servizi aventi finalità di assistenza sociale e sanitaria offerti dal datore di lavoro ai dipendenti e ai familiari. Alla luce di ciò la consulenza veterinaria telefonica, prevista nel Piano welfare, non può essere ricompresa. Inoltre le carte MyCare devono essere utilizzate solo dai soggetti specificatamente indicati e non da terzi perché in caso contrario i servizi sarebbero fiscalmente rilevanti.
In relazione alla scontistica che le carte MyCare riconoscono ai dipendenti per la fruizione di prestazioni aventi finalità sanitaria, l’Agenzia delle Entrate ha avuto modo già di precisare che per i beni e servizi offerti dal datore di lavoro ai dipendenti, il loro valore normale di riferimento può essere costituito dal prezzo scontato che il fornitore pratica sulla base di apposite convenzioni commerciali. Alla luce di ciò nella fattispecie in esame non si genera materia fiscalmente imponibile, dal momento che il valore normale dei servizi aventi finalità sanitaria fruiti dai dipendenti è pari a quanto corrisposto da questi ultimi.
Ai dipendenti, inoltre, è riconosciuta la possibilità di spendere il credito welfare per il rimborso delle spese di istruzione dei familiari come le rette della scuola o dell’università, i libri scolastici, la mensa scolastica, le gite scolastiche, la baby-sitter. I benefit del Piano welfare ora elencati, perseguenti finalità di educazione e istruzione, non generano reddito di lavoro dipendente.
Altra utilità del Piano welfare sono i rimborsi di spese assistenziali per familiari anziani o non autosufficienti. Parliamo delle spese sostenute dal dipendente o da un familiare per il badante o l’operatore socio-sanitario. Neanche queste ultime utilità concorrono alla formazione del reddito di lavoro dipendente dei lavoratori destinatari del credito welfare.
Il Piano consente di utilizzare il credito welfare anche come contribuzione aggiuntiva al Fondo pensione contrattuale e a Fondi aperti. Il versamento è effettuato direttamente dal datore di lavoro al Fondo e riportato nella Certificazione Unica rilasciata al dipendente che non è tenuto ad alcuna comunicazione alla forma di previdenza complementare in relazione al credito welfare destinato a tale finalità.
I voucher resi disponibili ai dipendenti e ai loro familiari per e-mail dalla piattaforma, spendibili nei punti vendita ‘Food’, ‘Shopping’, ‘Altro’ non generano reddito di lavoro dipendente nel limite di 258,23 euro. Qualora il valore complessivo dei fringe benefit superi questo limite l’intero importo concorre a formare il reddito del dipendente.
Infine, il Piano welfare consente al dipendente di utilizzare il credito welfare quale contributo per il pagamento degli interessi su finanziamenti.


(Vedi risoluzione n. 55 del 2020)

Proventi derivanti da operazioni di peer to peer lending

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 56/E del 25 settembre 2020, risponde ad un’istanza di interpello di un soggetto intenzionato ad effettuare un investimento di 20mila euro tramite una piattaforma di peer-to-peer lending estera, gestita in Italia da una società in qualità di agente di un istituto di pagamento estero (‘IP estero’).
Il soggetto istante chiede chiarimenti in merito alla tassazione degli interessi che andrebbe a percepire nonché agli obblighi in materia di monitoraggio fiscale e IVAFE.

La legge di Bilancio 2018 disciplina la modalità di tassazione dei redditi percepiti da persone fisiche, non esercenti attività d’impresa, in relazione agli investimenti effettuati per il tramite di piattaforme di peer-to-peer lending (P2P Lending).
I proventi derivanti da tali investimenti non concorrono più alla formazione del reddito complessivo del percettore persona fisica non imprenditore da assoggettare a tassazione Irpef progressiva in quanto, qualora percepiti per il tramite di determinati soggetti gestori delle piattaforme che applicano sui medesimi la tassazione a titolo definitivo, sono esclusi dal reddito imponibile, con conseguente esonero dall’adempimento dichiarativo.

Agli investimenti su piattaforme di P2P Lending si applica una ritenuta a titolo d’imposta del 26% che, tuttavia, non si accolla quando l’investimento è posto in essere da una società semplice o da un ente non commerciale, in quanto la norma fa espressamente riferimento alle persone fisiche.
Inoltre, la ritenuta non si applica nei confronti di persone fisiche che realizzano proventi nell’esercizio dell’attività d’impresa e delle società ed enti commerciali. Per tali soggetti, infatti, il reddito percepito è considerato reddito d’impresa e non reddito di capitale.

In merito al caso di specie, ossia all’investimento effettuato su una piattaforma di servizi P2P Lending operante in uno stato estero europeo, non gestita da un soggetto autorizzato dalla Banca d’Italia, la ritenuta alla fonte a titolo d’imposta non è applicabile ai proventi derivanti da detti investimenti corrisposti a soggetti italiani. Il contribuente istante è tenuto ad indicare nella dichiarazione annuale dei redditi i proventi derivanti dagli investimenti di P2P Lending effettuati sulla Piattaforma indicata al fine di farli concorrere alla formazione del reddito complessivo da assoggettare all’Irpef.

Per quanto concerne la disciplina sul monitoraggio fiscale, l’art. 4 del decreto legge n. 167/1990 prevede che le persone fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici ed equiparate, residenti in Italia, che nel periodo d’imposta, detengono investimenti all’estero, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, devono indicarli nella dichiarazione annuale dei redditi.
L’imposta sul valore delle attività finanziarie all’estero (IVAFE) è dovuta dai soggetti obbligati al monitoraggio fiscale sul ‘valore dei prodotti finanziari, dei conti correnti e dei libretti di risparmio detenuti all’estero’.
Ai fini della definizione di ‘prodotti finanziari’ utile all’applicazione dell’IVAFE, è necessario fare riferimento a quelli elencati all’art. 1 del Dlgs n. 58/1998 (TUF), ivi compresi i depositi bancari e postali.

L’investimento sulla Piattaforma estera non può essere estinto anticipatamente dall’investitore e l’attività di peer-to-peer lending che l’Istante vorrebbe svolgere attraverso la Piattaforma appare riconducibile ad un contratto di mutuo che non rientra nel novero dei prodotti finanziari.
Pertanto, anche per gli investimenti in P2P Lending in esame non è dovuta l’IVAFE. L’investimento detenuto dall’Istante sulla Piattaforma estera di P2P Lending deve essere indicato nel quadro RW del modello Redditi Persone Fisiche utilizzando il codice ‘14’ relativo ad ‘altre attività estere di natura finanziaria’ e barrando il campo ‘monitoraggio’ al fine di non assoggettare ad IVAFE l’investimento in P2P Lending.
Infine, in merito alla natura del conto presso l’IP estero è emerso che si tratta di un conto di pagamento il quale differisce dal conto corrente bancario. Infatti, mentre su quest’ultimo è applicabile l’IVAFE, le somme accreditate su un conto di pagamento possono essere utilizzate soltanto per effettuare pagamenti e non anche per la gestione del risparmio. Inoltre, gli strumenti di pagamento non costituiscono prodotti finanziari. Pertanto il conto di pagamento acceso presso l’IP estero non rientra nell’ambito di applicazione dell’IVAFE.

href="https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/documents/20143/2665656/Risoluzione+n.+56+del+25092020.pdf/6d2b1664-a0a5-d1d8-f52b-b70e7dbc4fcd" target="_blank">(Vedi risoluzione n. 56 del 2020)






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